Trasparenza nella P.A. e internet: mission impossible

Anno 2011. Web 2.0, social network, il mondo in rete. Eppure in Italia ancora non vogliamo sfruttare l’enorme potenzialità che la rete ci dà. Non occorre arrivare a pubblicare le dichiarazioni dei redditi dei cittadini (che sarebbe una clamorosa invasione della privacy) per facilitare la vita ai cittadini e avere un minimo di trasparenza nella pubblica amministrazione.
Procedo per esempi, così almeno mi perdo meno in chiacchiere.

Mondo della scuola: ci sono delle graduatorie (non mi dilungo su quante ce ne sono e sul funzionamento, spesso perverso di ognuna di esse, per non indurre qualcuno al suicidio). Gli insegnanti aspiranti a entrare in ruolo o a fare delle supplenze hanno un punteggio, in base al servizio che hanno svolto presso le scuole, o ai titoli posseduti (lauree, master, ecc). Naturalmente è chiaro a tutti che ogni servizio svolto viene registrato dal ministero in un database informatico, e che ogni titolo posseduto compare in un altro database delle università, a meno che qualche hacker non sia intervenuto nel fare qualche scherzetto. Dato questo fatto, sappiate che i docenti che fanno domanda per entrare nella graduatoria o aggiornare il punteggio devono dichiarare tutto quello che hanno fatto (servizi e titoli), in un modulo cartaceo complicatissimo; ovviamente il tutto soggetto a controlli a campione, che avvengono sapete come? Forse consultando il database dell’università per sapere se quel docente ha si o no quel benedetto Master? Macché, troppo facile! Chiedendo invece al docente di fornire all’Ufficio scolastico provinciale il titolo cartaceo. Probabilmente un applicazione su internet che consenta di compilare la domanda telematicamente con i dati precompilati sarebbe troppo semplice per poter essere messa in pratica in un paese che vive di complicazioni.

Non è finita. Una volta che vengono fatte le nomine, soprattutto dalle graduatorie di istituto, è praticamente impossibile venire a conoscerle, a meno che non si telefoni alle singole scuole, fra i mugugni dei segretari e le risate delle varie Telecom/Wind/Vodafone che ringraziano per i soldi spesi.
Anche in questo caso, un’applicazione del ministero, che consenta di vedere tutte le nomine, fatte da qualunque graduatoria e in qualsiasi luogo (nomine peraltro pubblicate e registrate nei database del ministero) è sicuramente troppo semplice nel paese della complessità artificiale. Anche perché un simile sistema toglierebbe il gusto a molti docenti di controllare di non essere scavalcati da chi ha meno punti di loro: sarebbe una vita troppo tranquilla no? E poi chi glielo va a spiegare ai medici e psicologi che si troverebbero con meno pazienti stressati da curare?

Altro campo: dichiarazione dei redditi. Il succo non cambia. I dati catastali (su cui si pagano ICI e IRPEF, o, in futuro l’IMU) sono pubblici e registrati, ma ce li dobbiamo dichiarare da noi; e naturalmente se sbagliamo sono multe salate. I redditi percepiti con sostituto di imposta vengono registrati dal sostituto di imposta stesso, ma li dobbiamo dichiarare, e guai a dimenticarsene. Le spese mediche vengono registrate con il codice fiscale (non ci vorrebbe molto a far passare la spesa in un database), ma dobbiamo ridichiararle. E lo stesso principio vale per tutti i redditi o le detrazioni. Basterebbe una sola dichiarazione/registrazione effettuata una volta da un soggetto e potrei successivamente fare la dichiarazione dei redditi online con tutti (o quasi) i dati precompilati.
Ma non vorrete mica un sistema così semplice, economico e lineare, no? Meglio dissanguarsi per pagare commercialisti e simili, e impazzire nel fare la dichiarazione per poi 3 anni dopo scoprire che si era dimenticato qualcosa ed avere una bella multa salata. Altrimenti i soliti medici e psicologi chi curano poi?

Referendum 12-13 giugno: due NO per l’acqua, un SI e un altro NO

Rubinetto AcquaDopo aver scritto sull’inadeguatezza del referendum abrogativo, mi dilungo un attimo sul merito di questi quattro referendum del 12-13 giugno 2011.
Innanzitutto ripeto che è necessario andare a votare. Non solo perché, come ho già scritto precedentemente, la strategia dell’astensione è  a mio avviso moralmente, politicamente  e democraticamente inaccettabile, ma anche perché sarei pronto a scommettere che il quorum verrà abbondantemente raggiunto, ed è quindi molto importante che chi voglia votare NO a qualcuno dei quattro quesiti vada a votare, senza cadere nell’ingenuità che il quorum non venga raggiunto. Si parla infatti moltissimo di questo referendum, e non vedo veramente come non si possa arrivare al 50% dei voti. Supereremo abbondantemente il quorum.

Personalmente sono per due NO sui quesiti sull’acqua/servizi pubblici locali, un SI per il quesito sul legittimo impedimento e per quanto riguarda il quesito sul nucleare penso che sia un quesito totalmente falsato dalle ultime vicende, per cui il voto su quel quesito non sortirà effetti in nessun caso. Voterò probabilmente NO.
Ma andiamo con ordine.

I due quesiti sull’acqua, che per semplicità tratterò congiuntamente, riguardano l’affidamento dei servizi pubblici locali (compreso quello idrico) a privati o a società miste pubblico privato e la remunerazione del capitale investito.
In pratica votando SI a entrambi i referendum la gestione dei servizi pubblici locali (acqua compresa) dovrà tornare completamente in mano pubblica e non sarà possibile una remunerazione dell’investimento.
Come mai sono per il NO a entrambi i referendum? Intanto ricordo che l’acqua è un bene demaniale, pubblico, e tale resterà. Quindi in discussione è solo la modalità di gestione.
Poi ricordo anche come gli acquedotti colabrodo che abbiamo fanno perdere alla collettività milioni di litri di acqua, e che questi acquedotti sono stati quasi sempre in mano esclusivamente pubblica, e si sa come funzioni la gestione pubblica: salvo casi virtuosi è sinonimo di inefficienza.
Ora con questo non voglio dire che il privato riesca a fare di meglio, ma dato che la normativa attuale prevede delle gare di affidamento dei servizi a privati o a società miste pubblico/privato (è sufficiente che almeno il 40% sia in mano ai privati, quindi non necessariamente la maggioranza) la gara può anche far sì che il servizio resti in mano sostanzialmente pubblica se la società a maggioranza pubblica fosse più efficiente di quella privata. Non sono rari negli ultimi anni i casi di società private, anche nella raccolta di rifiuti urbani, che sono state sostituite da società miste, proprio perché non funzionavano. Questo è sinonimo di maggiore trasparenza.
Chiaramente il quesito sulla remunerazione dell’acqua è ancora più importante. Impedire infatti ai privati di poter remunerare il capitale investito significa togliere loro la linfa per poter effettuare l’attività. Questa linfa viene spesso criticata con l’argomentazione che sull’acqua non si debba lucrare, perchè è un bene necessario. Questo modo di ragionare dimentica sostanzialmente che l’acqua non è un bene gratuito, che la gestione del servizio idrico ha un costo, spesso elevato, e che ciò che i privati guadagnano con le tariffe (che sono comunque sempre imposte dall’autorità pubblica), si tradurrebbe, in caso di gestione pubblica, in maggiori tasse. Per dirla in due parole, il costo di gestione c’è, e questi soldi vanno raccolti in qualche modo, o con le tariffe o con le tasse/imposte.
Ma, mi dirà qualcuno, almeno il pubblico non ha bisogno di raccogliere un profitto. Rispondo subito. Il privato, pur lucrando su un profitto, ha tutto l’interesse a far si che i costi di gestione siano ridotti: e conseguenza di ciò è che, anche con un profitto, il prezzo non sarà più alto che nella gestione pubblica. Il privato non si può permettere di tenere acquedotti in pessimo stato e buttare via un sacco d’acqua che si può rivendere. Non si può permettere nemmeno, come dice qualcuno, di tendere a vendere una marea d’acqua, proprio perché per far questo dovrebbe tenere i prezzi talmente bassi da rendere conveniente per i consumatori l’utilizzo di parecchia acqua. Quindi delle due l’una: o i prezzi sono alti (e allora il consumatore utilizzerà meno acqua), o i prezzi saranno bassi, e allora se ne consumerà di più, ma a prezzi vantaggiosi. Il prezzo (che ricordo ancora è comunque imposto dall’autorità pubblica) comunque si riequilibra, tenendo anche presente che non tutta l’acqua che noi utilizziamo è “necessaria”, ma che gran parte di essa è utilizzata per scopi voluttuari (per esempio per lavare la macchina); questa gran parte è a domanda molto elastica, cioè molto influenzata dal prezzo: tanto per intenderci se l’acqua costa tanto, la bevo, mi ci lavo, ma non ci lavo la macchina.
Il privato ha dunque, per riassumere, tutto l’interesse a ridurre i costi di gestione, eliminando le inefficienze (come gli acquedotti bucati), mentre non ha sostanzialmente l’interesse ad aumentare troppo il prezzo.
Per queste ragioni ai due referendum sull’acqua voterò NO.

Poche parole sul legittimo impedimento. Voterò SI, perché ritengo che nessuno possa sottrarsi a processi solo perché ha presunte funzioni pubbliche. Quest’ultime infatti sono quasi sempre rimandabili. Non è un referendum importante perché già la Corte Costituzionale ha attribuito ai giudici la facoltà di negare il legittimo impedimento. Ma comunque votando SI si rende ancora più forte questa negazione.

Sul nucleare ritengo che non sia questo il momento per prendere decisioni del genere (dopo Fukushima e in attesa di ulteriore ricerca sul nucleare),. Inoltre si va a votare sull’abrogazione di due commi di una nuova legge che sostanzialmente recepiscono il senso di quello che era il vecchio referendum sul nucleare. Il governo, tentando di impedire il referendum, ha creato un pasticcio. Ha recepito quasi del tutto il senso del referendum, dicendo in questi due commi che per ora è sospesa ogni localizzazione di centrali nucleari in attesa di una ridefinizione a livello europeo e che l’anno prossimo il paese avrà un piano energetico nazionale. In pratica si andrebbe ad abrogare una posizione attendista, che non è per il nucleare, nè lo nega. Mi sembra che, nella sostanza, la Corte di cassazione abbia accettato di considerare il referendum quasi “consultivo”, ritenendo (come si evince anche dalle motivazioni della Corte stessa), nelle intenzioni della nuova legge, immediatamente applicabile il nucleare. Il problema è che il referendum non è consultivo, che non è espresso nei due commi la volontà di procedere subito a costruzioni di centrali,  e che un’eventuale vittoria del SI abrogherebbe di fatto due norme che non dicono quasi niente, facendo presumibilmente restare le cose come prima.
Comunque, con tutte le riserve che ho espresso, ritengo che non sia il momento di prendere decisioni sul nucleare, anche perché la prospettiva, forse futura di un nucleare più sicuro di quarta generazione non è un’ipotesi da buttare, e quindi probabilmente voterò NO, in attesa di riparlarne con più calma e buon senso.

Quello che conta comunque, come ho detto più volte, è andare a votare su tutti i referendum, anche per dare un segnale sul fatto che noi come cittadini ci siamo. Anche se purtroppo la nostra reale volontà non è praticamente mai presa in cosiderazione in questa sorta di oligarchia strisciante e decadente che è l’Italia.

L’inadeguatezza del referendum abrogativo

Alla vigilia dell’ennesimo referendum a cui dobbiamo votare sono sempre più allibito. Allibito dal modo che abbiamo noi italiani di  stravolgere la democrazia, creando dei meccanismi complicati e tortuosi che tutto sono salvo che democratici.

L’istituto del referendum, così come è oggi in Italia, non ha quasi nessun senso. Eppure lo dice una persona che considera il referendum come il più alto momento di democrazia e di partecipazione popolare. Ma non così com’è in Italia.
Eppure tutto potrebbe essere cambiato con due semplici modifiche che prevedano in primis l’istituzione del referendum consultivo (quello abrogativo dovrebbe rimanere solo come meccanismo accessorio poco usato) e in secondo luogo l’eliminazione del quorum.

Mi spiego meglio. L’unico referendum ammesso in Italia, a livello nazionale, è quello abrogativo. Semplificando, c’è una legge, i cittadini a cui questa legge non piace raccolgono mezzo milione di firme, e (se la Corte Costituzionale lo ammette) si arriva al referendum. Raggiungendo il quorum di almeno la metà di votanti sugli aventi diritto, se vince il SI viene abrogata la legge; se viceversa vince il NO la legge resterà in vigore.

Questo meccanismo è assurdo, per una serie di motivi.
Trovo innanzitutto assurdo che esista un quorum, dal momento che tutti hanno diritto di voto, e non c’è motivo alcuno di privilegiare la non scelta di chi è andato al mare sulla scelta di chi ha compiuto il proprio dovere di andare a votare.
Trovo soprattutto veramente macchinoso, inutile e dispendioso perseverare con il referendum abrogativo. Abrogare una legge infatti non dice spesso niente su come si vuole che venga fatta un’altra legge. In realtà è più efficace la vittoria del NO, perché significa chiaramente che una legge va mantenuta così com’è, mentre il SI si limita a dire che quella legge va eliminata, ma niente dice su nuove leggi future. Il non raggiungimento del quorum poi paradossalmente dice ancora meno. Dice semplicemente che non è stata presa una decisione e che il referendum è come non fosse stato effettuato.
E poi il referendum abrogativo è troppo “tecnico”. Ai cittadini non interessa di entrare nei dettagli contorti degli articoli e dei commi, ma interessa solo di scegliere nella sostanza sul cuore  di una questione, senza addentrasi nei dettagli.

Esistono altri due tipi di referendum che avrebbero sicuramente molto più senso.
Il primo è il referendum propositivo, mediante il quale il popolo vota su una legge proposta, ed è sicuramente uno strumento più efficace dato che il voto avviene su una legge chiara e il SI rappresenta un cambiamento certo, non incerto.
Ancora più efficace è il referendum consultivo, che non considera i cittadini come giuristi, limitandosi a chiedere in modo semplice delle risposte a questioni di merito (nucleare si o no, eutanasia si o no, aborto si o no) lasciando il compito tecnico di legiferare ai politici, che sono ovviamente obbligati a fare una legge che rispetti la volontà popolare sostanziale.

Io sono assolutamente per il referendum consultivo, e in via accessoria per quello propositivo. Lascerei a casi particolarissimi quello abrogativo. Purtroppo di quest’ultimo in Italia si è decisamente abusato. Si è spesso fatto il referendum su questioni inutili, o su questioni la cui volontà popolare era del tutto scontata. E poi i meccanismi combinati del quorum, dell’abrogazione alla cieca di una legge (con quesiti peraltro molto difficili), oltre che di effettuazione in mesi estivi o quasi, hanno spesso reso il referendum vuoto. Un dispendio solo di soldi.
E sono, come detto, per l’abolizione del quorum. Trovo infatti assurdo che non si dia nessun peso a 20 milioni di votanti per dare invece peso a chi ha scelto di non votare. Il non voto infatti non ha significato, se non il disinteresse. Il non voto non è protesta, perchè la protesta si fa semmai votando scheda nulla, non certo andando al mare il giorno del voto. E mi rifiuto di considerare democratico un meccanismo che privilegia il disinteresse.

Inoltre c’è da dire un’altra cosa. Nel 2011 possiamo oramai dire che gran parte delle transazioni importanti avvengono con mezzi informatici. Il conto in banca esiste sui bit che percorrono la rete, con una tecnologia affronta tutte le necessarie attenzioni di sicurezza e di identificazione dell’utente. Io sono fermamente convinto che un voto online, se non per le elezioni almeno per il referendum, sia quantomeno auspicabile. Sarebbe un modo per risparmiare parecchi soldi buttati davvero al vento e un modo anche di favorire la partecipazione popolare. Forse dobbiamo aspettare il 3011 per diventare davvero cittadini moderni?

Ah, siamo chiari. Nonostante queste critiche io sono sempre e comunque per andare a votare. Come ho detto prima il non voto è solo indifferenza e invece ogni cittadino, se vuol essere definito tale, deve lottare perchè si imponga la democrazia, sempre e in ogni ambito.

La vera democrazia

ElezioniDemocrazia. Una concetto di cui chiunque si vuole far paladino. Un dogma scontato, di cui però ognuno dà un significato molto diverso.
Come tutti sappiamo bene la democrazia è il potere del popolo. In una società numericamente piccola e semplice, è facile implementarne l’idea, dato che all’amministrazione della cosa pubblica può essere fatta in modo diretto, senza intermediari.
In una società numerosa e molto complessa come la nostra invece la democrazia è molto più difficile da realizzare, anche perchè le concezioni di essa sono davvero molto differenti.
In italia assistiamo a mio avviso ad un sacco di errori nel modo di interpretare la democrazia, da parte di moltissimi che hanno un’idea distorta della democrazia stessa.

La vera democrazia va accettata.
Innanzitutto la democrazia va accettata. Dobbiamo accettare che ognuno di noi debba avere un egual peso nel prendere le decisioni collettive. Dobbiamo accettare insomma che il metodo democratico, se non l’optimum, sia comunque il male minore.
Questa concezione si porta necessariamente dietro il riconoscimento di un senso critico delle persone chiamate ad esprimere il loro giudizio.
A me invece sembra che in tantissimi dibattiti si considerino le persone non idonee a prendere le decisioni da sole.
Chi viene condizionato dal telegiornale, o da un discorso fazioso senza avere gli elementi per giudicare, o dal modo di vestire, di presentarsi o di urlare di un candidato avrà indubbiamente lo stesso diritto di esprimere un voto di chi passa giornate ad informarsi nel cuore dei problemi. E chi è democratico cosa deve fare per risolvere questo problema? Far vestire tutti nello stesso modo? Impedire gli urli? Dare a tutti gli stessi secondi per parlare? Impedire al candidato X o Y di dire corbellerie?
Ecco, questi sono metodi che implicano sotto sotto una non acccettazione del metodo democratico. Chi, secondo me, vuol ritenersi davvero democratico, deve accettare le regole del gioco, dato che non è assolutamente possibile eliminare (e nemmeno avrebbe senso farlo) tutti gli elementi di condizionamento, tutti quegli elementi cioè che portano un individuo a scegliere.
Ritengo che invece sia lo sviluppo del senso critico, attraverso l’educazione, a tutte le età, che possa portare a questo. L’educazione e il buon giornalismo.

La vera democrazia non è investitura.
Un altro problema è il ritenere che la democrazia consista e si esaurisca completamente nel voto, quasi si trattasse di investitura veloce, totale, assoluta verso un partito, una persona, un’idea. Il voto è solo una componente della democrazia, vista che essa dovrebbe poter intervenire anche nella fase di creazione delle proposte, e di valutazione di queste, e ogni decisione dovrebbe essere rimessa sempre in discussione. A nessuno, nemmeno ad un saggio, figuriamoci ai nostri politici, può essere data carta bianca.
Il voto si inserisce poi in un sistema di regole e di contrappesi, derivanti in sostanza dal concetto della separazione dei poteri di Montesquieu, per cui vari poteri (legislativo, giudiziario, esecutivo) si controllano a vicenda, all’interno di un sistema di regole.
Anche questo aspetto viene spesso del tutto dimenticato

La democrazia non è una partita di calcio.
Altro problema è il fazionismo, quasi che le idee e le persone si debbano suddividere in due tre squadre, a mò di campionato di calcio, e che la vittoria fra i contendenti debba essere stabilità a suon di urli, accuse, demolizioni dell’avversario. Il tutto senza quel senso critico, quella pacatezza nell’affrontare i problemi, senza un approfondimento che forse ai tempi di Facebook stiamo perdendo (su facebook è vietato scrivere un post di più 1000 caratteri: tutto deve essere veloce e telegrafico).
In tv ci vogliono quei due o 3 contendenti che si urlano addosso; nei TG un problema non viene approfondito nella sua sostanza: una volta che il giornalista ha fatto parlare un rappresentante delle diverse fazioni ha la coscienza apposto e pensa di aver realizzato una par condicio.
Questa non è democrazia.

La vera democrazia è sulle idee, non sulle persone.
E poi c’è il grande problema del personalismo. Sempre come le squadre di calcio la politica è una divisione in fazioni, squadre, con i loro leader. I fini, e le idee, non contano più niente. Contano solo le persone e la presunta moralità di esse. Non conta cosa viene pensato o fatto, bensì si tende ad attribuire importanza alla persona, nelle sue qualità morali e nelle sue capacità.
Elezioni amministrative, che dovrebbero affrontare, caso per caso, i problemi legati alla realtà locale, si trasformano, in questa concezione totalmente errata della democrazia, in squallidi sondaggi pro o contro persone o partiti.
Tutto è un sondaggio vuoto, senza sostanza, slegato dalla vera politica

Vediamo per favore di fare chiarezza. Perché non siamo obbligati ad accettare la democrazia. Ma per chi, come me, ci crede, è importante che se ne accetti le opportunità e anche i contro. Per crescere come paese e come società.

Firma digitale e PEC: una rivoluzione solo cominciata

Si fa un gran parlare di E-Government, di rivoluzione digitale nella pubblica amministrazione, dello snellimento delle procedura grazie alle nuove tecnologie. Eppure da non so quanti anni sento parlare della carta che presto sparirà, della fine delle code agli uffici, della fine delle raccomandate cartacee (e costose). Eppure, mentre sentivo questi discorsi, mi trovavo a fare la coda alle poste in attesa di pagare i 9 euro della raccomandata 1 (si, perchè la ricevuta di ritorno è necessaria, e la raccomandata tradizionale ci impiega una settimana per arrivare), oppure a fare la coda al comune per il certificato X, o all’ufficio tal dei tali per il documento Y.

Ci sono due strumenti che sono legati in modo netto a questa novità,  per ora in gran parte….sulla carta (non c’è che dire….il gioco di parole mi è proprio riuscito bene stavolta!): la firma digitale e la PEC (Posta Elettronica Certificata)

Vediamo di spiegare, senza discorsi tecnici e noiosi, ma solo con l’uso di un esempio, in cosa consistano questi due strumenti.
Mettiamo che debba spedire la classica domanda per un concorso (quindi ad una PA), o un contratto di fornitura di un utenza telefonica (quindi ad un privato), o un contratto bancario (sempre ad un privato). Sono tutti casi in cui generalmente devo prendere il contratto, o la domanda, stamparla e compilarla (o compilarla al pc e poi stamparla), firmarla, metterla in una busta, e spedirla con raccomandata A/R (avviso di ricevimento).
Quali sono dunque i punti chiave di questa procedura?
La carta stampata, la firma, e la ricevuta di accettazione dell’ufficio postale (con data e ora) e la ricevuta di ritorno (con firma, data e ora dell’accettante).

Ora, dotandosi dei due strumenti firma digitale e PEC questi passaggi possono ridursi alla seguente procedura:
1) Compilo il documento (anche al PC laddove sia possibile, altrimenti lo stampo, lo compilo e lo scannerizzo)
2) Appongo la firma digitale, semplicemente inserendo il dispositivo di firma (una chiavetta, o un lettore con una smart card), inserendo il pin, e facendo un clic. Verrà fuori un file con estensione p7m, che contiene la firma, che può essere verificata con dei software gratuiti da chiunque. Questa firma sostituisce perfettamente quella autografa, quella con la penna per intenderci.
3)  Invio il file con estensione p7m tramite PEC (Posta elettronica certificata) al mio destinatario (che deve avere anch’egli una PEC). Così facendo avrò, se tutto va bene, due messaggi di risposta quasi immediati:  un primo messaggio che è la  ricevuta di accettazione (che sostituisce la ricevuta dell’ufficio postale), e un secondo messaggio con la ricevuta di consegna che è pari alla ricevuta di ritorno della racomandata). Entrambi con ora e giorno dell’invio, che saranno opponibili ai terzi.

Come vedete tutto gratuito, velocissimo, e con meno stress da parte di tutti.

Ora, si dirà, come faccio ad avere questi due strumenti?
Per quanto riguarda la PEC basta rivolgersi ad uno qualunque dei certificatori autorizzati dal governo. Il costo si aggira intorno ai 5-25 euro l’anno
Anche per la firma digitale c’è un elenco di gestori autorizzati. Il costo è di circa 40-80 euro (lettore compreso) una tantum, a cui andranno aggiunti i rinnovi ogni tre anni al costo di 10-20 euro.
Io ho entrambi i sistemi con ARUBA, ma sono da valutare anche Infocert delle camere di commercio, o Postecom di Poste italiane.

Per quanto riguarda la PEC dal governo (www.postacertificata.gov.it), bisogna stare molto attenti. Io ce l’ho e funziona abbastanza bene, ma ha un’importantissima limitazione: si può usare solo per comunicare con gli uffici della pubblica amministrazione, anzi solo con quelli che sono nell’elenco ufficiale delle PA. Quindi se si vuole avere un sistema di PEC utilizzabili con privati, o anche con quegli uffici pubblici ancora non nell’elenco bisogna necessariamente avere una PEC con altro gestore.

PEC_234x60b.gifTutto questo articolo per dire cosa? Che sarebbe l’ora di incentivare l’utilizzo di questi strumenti, magari fornendoli gratuitamente o quasi, e soprattutto non limitati. La PEC gratuita solo per comunicare con alcune PA non è sufficiente per avere un vero cittadino digitale. Non sarebbe affatto male avere la possibilità di evitare code agli sportelli, e di poter evitare soldi inutili alle poste, oltre che viaggi e stress! Speriamo di poter lasciare alla carta quel ruolo che nè una PEC nè una firma digitale potranno mai sostituire: quella igienica! ;)

Pane e bugie: qui dobbiamo fare qualcosa

Vi presento due libri che ho personalmente trovato decisamente illuminanti.

Pane e bugie - Dario BressaniniIL primo è Pane e Bugie, di Dario Bressanini.

Troppe volte siamo soggetti a un sacco di slogan dal punto di vista alimentare. Senza rifletterci più di tanto, pressati dalle mode del momento, diamo credito a certe idee, e abbiamo paura di altre idee. Un esempio gli OGM, di cui Bressanini parla molto in questo libro. Abbiamo paura degli OGM nonostante mangiamo la maggior dei prodotti a base di grano derivanti da modificazioni genetiche ottenuti tramite radiazioni nucleari (e quindi causali). Eppure non ci spaventa questo, bensì che delle modifiche ipercontrollate possano nuocerci.
C’è la tendenza ad aver paura di tutto ciò che è nuovo, di tutto ciò che è “artificiale”, di tutto ciò che è moderno. Eppure la scienze ci viene in aiuto per difendere la qualità della vita, perchè non tutto ciò che è antico, o “naturale” (Bressanini nega giustamente una differenza fra naturale e artificiale) è necessariamente migliorre di ciò che è moderno e “artificiale”.
Vengono passati in rassegna, oltre agli OGM, i cibi biologici, e tante altre faccende di cui si parla senza un vero ragionamento scientifico, come la falsa notizia che il glutammato faccia male.
Putroppo la stampa italiana, presa come è dal riportare senza criticità e approfondimento l’ultima ricerca, non fa mai una disamina completa di quella che è la ricerca su un argomento, e ovviamente ciò non aiuta. Passano quindi dei facili concetti che diventano moda, e che in molti casi sono del tutto fuorvianti.

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Qui dobbiamo fare qualcosa. Si, ma cosa?

Un altro libro molto interessante è Qui dobbiamo fare qualcosa. Si ma cosa? di Antonio Pascale.

L’autore non è uno scienziato come Bressanini (che è un chimico) ed usa uno stile letterario molto scorrevole a divertente per descrivere come in Italia non si riesca ad affrontare le questioni. Paragonando la vita politica ad uno spettacolo teatrale, l’autore sostiene che agli italiani manca perlopiù lo svolgimento del secondo atto, quello in cui il protagonista, dopo aver subito una sconfitta, riflette su stesso, in attesa di rivincere nel terzo atto. Noi italiani nel secondo atto non riusciamo a fare nulla di costruttivo. Non riusciamo così a metterci in discussione, e i nostri guru diventano i vari Grillo e Report. Siamo contro gli OGM, contro gli inceneritori, contro ogni modernità, con una stampa che non riesce ad affrontare le questioni in modo serio e costruttivo.

Un libro veloce, ma da non perdere. Acquistalo online su feltrinelli

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