L’esperanto

L’anno nuovo è cominciato con la nascita di una nuova moneta unica: l’euro. Tutti abbiamo applaudito a questa positiva novità, incredibile fino a pochi anni fa. Con l’unione della moneta la società europea può compiere un passo notevole nella via dell’integrazione democratica fra i popoli. Ma che dire di ciò che ha diviso per secoli di storia dell’uomo i popoli, cioè della lingua? L’unione europea (senza pensare per ora al mondo) possiede una grande varietà di lingue: dalle lingue neolatine (italiano, francese, spagnolo) alle lingue anglosassoni (inglese, tedesco, olandese, ecc), alle lingue del ceppo ugro-finnico, ecc. Non parliamo del mondo. Una soluzione universamente adottata è quella di fare dell’inglese la lingua internazionale. Chi nasce nei paesi di lingua inglese nasce con la camicia, perchè avrà un notevole vantaggio nei confronti degli altri cittadini del mondo, soprattutto in un clima di grande concorrenza internazionale. Chi nasce in paesi dove si parlano altre lingue invece dovrà spendere anni, un bel gruzzolo e una fatica enorme per arrivare ad un livello decente nella comprensione dell’inglese. E tutti dicono: l’inglese è fondamentale, non si può non saperlo al giorno d’oggi. Bene, vi pare giusto tutto questo? Per me assolutamente NO. Non c’è nulla di più antidemocratico, lesivo dei diritti umani, e discriminatorio come il fatto di voler imporre l’inglese come lingua internazionale. Cento anni fa un medico polacco, Zamenhof, creò una lingua che fosse facile da imparare e prendesse spunto da tutte le lingue più conosciute: l’Esperanto. Ad oggi l’Esperanto è famoso nella cerchia degli appassionati, ma non ha ancora raggiunto la popolarità che meriterebbe. Vi siete mai chiesti come mai è stato scelto l’Euro come moneta unica anzichè il Marco, o il Franco, o la Lira? Semplice: per non avvantaggiare nessun paese. Paradossalmente invece, nella questione della lingua si dà implicitamente il predominio ad un lingua della comunità. Se questa è democrazia…..

Dobbiamo crederci

So che molti diranno che l’Esperanto non ha alcuna speranza di imporsi. Moltissimi diranno: “Ormai si sta facendo avanti l’inglese: una ligua facile, cosa volere di più?”.
Eppure, in una società che si vorrebbe definire giusta, ha senso utilizzare come lingua internazionale una lingua parlata solo in pochi paesi del mondo?
Mi stupisco che il movimento no-global non insista particolarmente su questa battaglia, perchè la lingua è uno dei mezzi principale di potere di oggi.
Nella società che viene definita “dell’informazione”, in cui la maggior parte della gran mole di informazione che circola è di tipo verbale, chi non conosce la lingua “internazionale” richia di essere, se non tagliato fuori, completamente svantaggiato di fronte agli altri cittadini del mondo.
Qualcuno dirà: appunto. Si tratta di far imparare a tutti i bambini l’inglese fin da piccoli e si risolve il problema. Ma perchè l’inglese dico io? E’ una lingua difficile (non come grammatica, ma come pronuncia di sicuro) ed è una lingua che molti conoscono fin dalla nascita (con conseguenti disequilibri enormi).
L’esperanto è una validissima alternativa GIUSTA. E’ più semplice, molto più semplice; e tutti la devono imparare (con pochissimo sforzo).
Sarebbe così assurdo, per esempio in Europa, introdurre l’Esperanto come lingua ufficiale INTERNAZIONALE (mantenendo cioè le lingue di tutti i paesi)? Secondo me è l’unica cosa giusta che può essere fatta, basta crederci.
CREDIAMOCI.


L’81° Congresso Universale di Esperanto, riunito a Praga dal 20 al 27 luglio 1996, con la partecipazione di 2965 persone, provenienti da 65 stati, ha approvato il seguente documento.
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Manifesto di Praga del movimento per la lingua internazionale Esperanto

Noi, membri del movimento mondiale per la promozione della lingua internazionale esperanto, indirizziamo questo manifesto a tutti i governi, a tutte le organizzazioni internazionali e a tutte le persone di buona volontà, dichiariamo la nostra ferma intenzione di continuare a lavorare per il perseguimento degli obiettivi qui di seguito espressi e invitiamo ciascuna organizzazione e ciascun singolo individuo a unirsi ai nostri sforzi in tal senso.
Lanciato nel 1887 come progetto di lingua ausiliaria per la comunicazione internazionale, e sviluppatosi rapidamente in una lingua viva e ricca di espressività, l’esperanto funziona già da oltre un secolo per unire gli uomini al di là delle barriere linguistiche e culturali, mentre gli obiettivi di coloro che lo usano non hanno perduto nulla della loro importanza e della loro attualità.

Né l’utilizzazione a livello mondiale di alcune lingue nazionali, né i progressi nella tecnica delle comunicazioni, né il ritrovamento di nuovi metodi d’insegnamento delle lingue potranno realizzare i seguenti princìpi, che noi consideriamo essenziali per un giusto ed efficiente ordine linguistico.

  • Democrazia. Un sistema di comunicazione che privilegia nettamente alcuni uomini, ma richiede ad altri di investire anni di sforzi per raggiungere un livello inferiore di capacità, è fondamentalmente antidemocratico. Sebbene, come ogni altra lingua, l’esperanto non sia perfetto, esso supera di gran lunga ogni rivale nel campo della comunicazione a livello mondiale. Noi affermiamo che dalla diseguaglianza linguistica consegue diseguaglianza nella comunicazione a tutti livelli, compreso il livello internazionale. Noi siamo un movimento per la comunicazione democratica.
  • Educazione transnazionale. Ogni lingua etnica è legata a una determinata cultura e a una determinata nazione (o gruppo di nazioni). Per esempio l’alunno che studia l’inglese scopre la cultura, la geografia e la politica dei Paesi di lingua inglese, specialmente gli Stati Uniti d’America e la Gran Bretagna. L’alunno che studia l’esperanto scopre un mondo senza frontiere, dove nessun Paese gli è straniero. Noi affermiamo che l’educazione realizzata per mezzo di una lingua etnica, quale essa sia, è legata a una definita visione del mondo. Noi siamo un movimento per l’educazione transnazionale.
  • Efficacia pedagogica. Solo una piccola percentuale di coloro che studiano una lingua straniera giungono a possederla veramente. Invece è possibile giungere a una piena padronanza dell’esperanto anche studiandolo da autodidatti. Diverse ricerche hanno dimostrato che l’esperanto è utile come preparazione all’apprendimento di altre lingue. Esso è stato inoltre raccomandato, nell’insegnamento, come elemento essenziale che consente agli alunni di prendere coscienza di cosa sia una lingua. Noi affermiamo che la difficoltà di apprendimento delle lingue etniche rappresenterà sempre un ostacolo per molti alunni, che peraltro si gioverebbero della conoscenza di una seconda lingua. Noi siamo un movimento per un più efficace insegnamento delle lingue.
  • Plurilinguismo. La comunità esperantista è una delle poche comunità linguistiche su scala mondiale i cui parlanti, senza eccezioni, siano in possesso di due o più lingue. Ogni membro della comunità ha accettato di fare lo sforzo di apprendere almeno una lingua straniera, fino a un sufficiente livello di comunicazione orale. In molti casi ciò ha portato a conoscere e ad amare varie lingue e in generale ad avere un più ampio orizzonte personale.
    Noi affermiamo che gli appartenenti a tutte le comunità linguistiche, sia grandi che piccole, dovrebbero disporre di una possibilità reale di impadronirsi di una seconda lingua, fino a un elevato livello comunicativo. Noi siamo un movimento mirante a ottenere che tale possibilità venga fornita.
  • Diritti linguistici. La disparità di potere fra le lingue è alla base di una continua insicurezza linguistica o di una diretta oppressione linguistica per grande parte della popolazione mondiale. Nella comunità esperantista gli appartenenti a lingue maggiori e minori, ufficiali e non ufficiali, s’incontrano su un terreno neutrale, grazie alla volontà reciproca di realizzare un compromesso. Tale equilibrio tra diritti linguistici e responsabilità crea un precedente utile a sviluppare e valutare altre soluzioni per la diseguaglianza linguistica e per i conflitti generati dalle lingue.
    Noi affermiamo che le grandi differenze di potere tra le lingue minano le garanzie, espresse in tanti documenti internazionali, di parità di trattamento senza discriminazioni su base linguistica. Noi siamo un movimento per i diritti linguistici.
  • Diversità delle lingue. I governi nazionali tendono a considerare la grande diversità delle lingue nel mondo come un ostacolo alla comunicazione e al progresso. Nella comunità esperantista, invece, tale diversità linguistica è vissuta come una fonte costante e irrinunciabile di ricchezza. Di conseguenza ogni lingua, così come ogni specie vivente, costituisce un valore in sé e pertanto è degna di protezione e sostegno. Noi affermiamo che le politiche di comunicazione e di sviluppo, se non sono basate sul rispetto e sul sostegno di tutte le lingue, condannano all’estinzione la maggior parte delle lingue del mondo. Noi siamo un movimento per la diversità linguistica.
  • Emancipazione umana. Ogni lingua dà a coloro che la usano la libertà di comunicare fra di loro, ma nel contempo costituisce una barriera alla comunicazione con coloro che usano altre lingue. Progettato come strumento di comunicazione universalmente accessibile, l’esperanto è uno dei grandi progetti per l’emancipazione umana che funzionano, è un progetto per consentire a ciascun essere umano di partecipare come individuo alla comunità umana, mantenendo salde radici nella propria identità locale culturale e linguistica, ma senza restare limitato ad essa. Noi affermiamo che l’uso esclusivo delle lingue nazionali pone inevitabilmente degli ostacoli alle libertà di espressione, di comunicazione e di associazione. Noi siamo un movimento per l’emancipazione umana.

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(Traduzione, dall’originale esperanto, di Umberto Broccatelli)


Ora lo stesso documento in esperanto

Manifesto de Prago de la movado por la internacia lingvo Esperanto

Ni, anoj de la tutmonda movado por la progresigo de Esperanto, direktas ĉi tiun manifeston al ĉiuj registaroj, internaciaj organizaĵoj, kaj homoj de bona volo, deklaras nian intencon firmvole plu labori por la celoj ĉi tie esprimitaj,
kaj invitas ĉiun unuopan organizaĵon kaj homon aliĝi al nia strebado.

Lanĉita en 1887 kiel projekto de helplingvo por internacia komunikado, kaj rapide evoluinta en vivoplenan, nuancoriĉan lingvon, Esperanto jam de pli ol jarcento funkcias por kunligi homojn trans lingvaj kaj kulturaj baroj.
Intertempe la celoj de ĝiaj parolantoj ne perdis gravecon kaj aktualecon.
Nek la tutmonda uzado de kelkaj naciaj lingvoj, nek progresoj en la komunikad-tekniko, nek la malkovro de novaj metodoj de lingvo-instruado verŝajne realigos jenajn principojn, kiujn ni konsideras esencaj por justa kaj efika lingva ordo.

1. DEMOKRATIO.
Komunika sistemo kiu tutvive privilegias iujn homojn sed postulas de aliaj ke ili investu jarojn da penoj por atingi malpli altan gradon de kapablo, estas fundamente maldemokratia. Kvankam, kiel ĉiu lingvo, Esperanto ne estas
perfekta, ĝi ege superas ĉiun rivalon en la sfero de egaleca tutmonda komunikado.
Ni asertas ke lingva malegaleco sekvigas komunikan malegalecon je ĉiuj niveloj, inkluzive de la internacia nivelo. Ni estas movado por demokratia komunikado.

2. TRANSNACIA EDUKADO.
Ĉiu etna lingvo estas ligita al difinita kulturo kaj naci(ar)o. Ekzemple, la lernejano kiu studas la anglan lernas pri la kulturo, geografio kaj politiko de la anglalingvaj landoj, precipe Usono kaj Britio. La lernejano kiu studas Esperanton lernas pri mondo sen limoj, en kiu ĉiu lando prezentiĝas kiel hejmo.
Ni asertas ke la edukado per iu ajn etna lingvo estas ligita al difinita perspektivo pri la mondo. Ni estas movado por transnacia edukado.

3. PEDAGOGIA EFIKECO.
Nur malgranda procentaĵo el tiuj kiuj studas fremdan lingvon, ekmastras ĝin. Plena posedo de Esperanto eblas eĉ per memstudado. Diversaj studoj raportis propedeutikajn efikojn al la lernado de aliaj lingvoj. Oni ankaŭ rekomendas
Esperanton kiel kernan eron en kursoj por la lingva konsciigo de lernantoj.
Ni asertas ke la malfacileco de la etnaj lingvoj ĉiam prezentos obstaklon por multaj lernantoj, kiuj tamen profitus el la scio de dua lingvo. Ni estasmovado por efika lingvoinstruado.

4. PLURLINGVECO.
La Esperanto-komunumo estas unu el malmultaj mondskalaj lingvokomunumoj kies parolantoj estas senescepte du- aŭ plurlingvaj. ĉiu komunumano akceptis la taskon lerni almenaŭ unu fremdan lingvon ĝis parola grado. Multokaze tio
kondukas al la scio de kaj amo al pluraj lingvoj kaj ĝenerale al pli vasta persona horizonto.
Ni asertas ke la anoj de ĉiuj lingvoj, grandaj kaj malgrandaj, devus disponi pri reala ŝanco por alproprigi duan lingvon ĝis alta komunika nivelo. Niestas movado por la provizo de tiu ŝanco.

5. LINGVAJ RAJTOJ.
La malegala disdivido de potenco inter la lingvoj estas recepto por konstanta lingva malsekureco, aŭ rekta lingva subpremado, ĉe granda parto de la monda loĝantaro. En la Esperanto-komunumo, la anoj de lingvoj grandaj kaj malgrandaj, oficialaj kaj neoficialaj, kunvenas sur neutrala tereno, dank’ al la reciproka volo kompromisi. Tia ekvilibro inter lingvaj rajtoj kaj respondecoj liveras precedencon por evoluigi kaj pritaksi aliajn solvojn al la lingva malegaleco
kaj lingvaj konfliktoj.
Ni asertas ke la vastaj potencodiferencoj inter la lingvoj subfosas la garantiojn, esprimitajn en tiom da internaciaj dokumentoj, de egaleca traktado sendistinge pri la lingvo. Ni estas movado por lingvaj rajtoj.

6. LINGVA DIVERSECO.
La naciaj registaroj emas konsideri la grandan diversecon de lingvoj en la mondo kiel baron al komunikado kaj evoluigo. Por la Esperanto-komunumo, tamen, la lingva diverseco estas konstanta kaj nemalhavebla fonto de riĉeco. Sekve, ĉiu lingvo, kiel ĉiu vivaĵospecio, estas valora jam pro si mem kaj inda je protektado kaj subtenado.
Ni asertas ke la politiko de komunikado kaj evoluigo, se ĝi ne estas bazita sur respekto al kaj subteno de ĉiuj lingvoj, kondamnas al formorto la plimulton de la lingvoj de la mondo. Ni estas movado por lingva diverseco.

7. HOMA EMANCIPIĜO.
Ĉiu lingvo liberigas kaj malliberigas siajn anojn, donante al ili la povon komuniki inter si, barante la komunikadon kun aliaj. Planita kiel universala komunikilo, Esperanto estas unu el la grandaj funkciantaj projektoj de la homa emancipiĝo aŭ projekto por ebligi al ĉiu homo partopreni kiel individuo en la homara komunumo, kun firmaj radikoj ĉe sia loka kultura kaj lingva identeco, sed ne limigite de ili.
Ni asertas ke la ekskluziva uzado de naciaj lingvoj neeviteble starigas barojn al la liberecoj de sinesprimado, komunikado kaj asociiĝo. Ni estas movado por la homa emancipiĝo

Le chat

La chat: chi è mai costei? E perchè vale la pena di essere considerata? La risposta è semplice: è un mezzo nuovo che mette in evidenza molti aspetti dell’animo umano; in aggiunta, è uno strumento molto utile e, allo stesso tempo, molto pericoloso. Cominciamo con un esempio. Il caso classico può essere un buon punto di partenza. Tizio entra in una qualunque chat generalista: è la prima volta che usa la chat. Gliene hanno parlato a lungo ma lui è sempre stato diffidente di queste nuove tecnologie. Come fa la gente a conoscersi in questo modo. Che senso ha “parlare” con qualcuno di cui non si conosce l’identità? Magari penso di parlare con una donna che è invece un uomo, o chissà cos’altro. Eppure aveva sentito anche di coppie che si sono formate, di innamoramenti, di delusioni. Ma non ci crede. Con questi dubbi Tizio si avvicina alla chat. Un amico gli aveva spiegato come entrare, e lui, con qualche difficoltà riesce finalmente ad accedere ad un canale. E’ naturalmente molto divertito di tutto questo: molte persone che si scrivono messaggi, che fanno strane faccine, che si dicono cose molto personali, ecc. Divertito comincia a chattare in canale e poi in privato con una ragazza, Caia, che lo incuriosisce. Senza rendersene conto, il tempo passa come una freccia…. In un’ora che sembravano 10 minuti ha già parlato della sua vita, dei suoi problemi e delle sue aspirazioni. Trova questa ragazza fantastica, comprensiva, intelligente: e c’è uno stranissimo feeling, mai riscontrato prima d’ora. Spento il computer Tizio comincia a sognare: non ha ancora visto la ragazza, ma la immagina stupenda, quasi una Dea……e le sensazioni che prova sono molto forti. Senza rendersene conto nei giorni seguenti si scambiano una foto, si scrivono delle email piene di significato, si telefonano, si scrivono “ti amo”. E decidono di incontrarsi. Mi fermo qui, perché il seguito può essere fantastico, come orrendo e preferisco non andare avanti.

Il caso di Tizio è classico perché esprime uno dei casi più tipici della comunicazione mediata da computer, nel caso in cui non ci sia fra i partecipanti una conoscenza preliminare. Non è detto che si vada a finire all’amore: un discorso simile può avvenire anche in caso di amicizia (per esempio tra studenti di uno stesso corso completamente online o colleghi di lavoro che non si conoscono dal vivo).

Quello che si nota comunque in caso di non conoscenza fra i partecipanti è questo:

1. Abbattimento delle barriere. E’ tutto più facile, perché non c’è la barriera del vedersi e nel caso di chat testuali, del sentirsi e si combatte la timidezza. Soprattutto non c’è la presenza fisica e la conoscenza delle persone dall’altra parte. E’ troppo più facile raccontare le cose agli sconosciuti e soprattutto a chi non fa parte del tuo ambiente. Non c’è da difendere una identità già definita dall’ambiente sociale e soprattutto non ci sono ripercussioni finché si in un certo grado di anonimia. A questo si aggiunge la diffusa sensazione di essere in un gioco, in una sorta di videogame in cui gli altri individui sono solo personaggi che appaiano con la partenza del videogioco e scompaiono al momento in cui spengo tutto. Raramente, o comunque in modo più attenuato, c’è una vera sensazione di presenza fisica degli altri partecipanti alla chat. Detto questo bisogna notare un fatto: l’abbattimento delle barriere crea una maggiore disinibizione. Ma questo può voler dire una maggior sincerità come una maggior falsità. Nella mia esperienza personale ho notato che la stragrande maggioranza delle interazioni meno sporadiche si basano sulla sincerità, ma in quelle più sporadiche c’è una maggiore tendenza alla falsità e alla simulazione.

2. Immaginazione. La chiave di una comunicazione mediata dal computer che non sia anticipata da una conoscenza dal vivo è l’immaginazione. S’intenda, questa non è una pecularietà solo delle chat, ma nelle chat (e nelle altri modi di comunicazioni con il computer) l’immaginazione viene nettamente accentuata e costituisce il lato più affascinante e pericoloso delle chat. E’ chiaro che “vedendo” una persona che non si conosce molto, si tende a completare il profilo di quella persona in base alle nostre aspettative, desideri, sogni o aspirazioni. Nel caso di Tizio, nell’ambiente magico della chat, l’immaginazione prende il sopravvento, e tutto quello che non sa di Caia lo completa nel migliore dei modi. La lontananza fisica prolungata non fa che accrescere sempre di più questo enorme castello creato dall’immaginazione. Naturalmente nel caso di incontro il tutto si sconterà con la realtà, e da quest’incontro pericolosissimo può confermarsi tutto oppure no. Pericoloso perché il castello può anche crollare, ferendo gravemente chi vi ha abitato. Nella chat si va più in profondità. Questo aiuta, anche nei rapporti più informali a conoscere la persona che sta dall’altra parte più nei suoi lati profondi, caratteriali, di sensibilità, intellettivi, ecc., ma non permette di vedere altre caratteristiche come gli aspetti fisici, gli atteggiamenti, le espressioni e la vita in un certo ambiente. In un certo senso si vede prima quello che in una conoscenza “normale” si impiega tanto tempo a conoscere e non si vede quasi per niente quello che salta agli occhi dal vivo dopo pochi minuti. Ma la conoscenza profonda è più magica e più creatrice di sogni di una superficiale e quindi l’aspetto dell’immaginazione nelle chat è più pericoloso.

Come sono le chat oggi? Sicuramente uno dei problemi maggiori è lo squilibrio fra i sessi. Diversa è infatti l’esperienza di una donna (col nick femminile) o di un uomo (col nick maschile). La donna infatti non farà tempo ad entrare che si troverà di fronte a 50 uomini che vogliono parlare con lei. Non potrà gestire bene le conversazioni finchè non si nasconde e correrà il rischio di essere poco educata. L’uomo d’altra parte dovrà provare a parlare con 30 donne prima di avere una risposta….esagero, ma in gran parte è così. Questo squilibrio crea un disagio, qualunque sia lo scopo con cui si entra in chat e rende spesso le conversazioni vuote e fastidiose.

La pena dei trasporti

E’ mai possibile che oramai sia diventato un incubo muoversi? Ogni tipo di spostamento sta sempre di più diventando un tormento. E’ incredibile come nell’era in cui viene incoraggiata la mobilità spostarsi sia diventato così difficile.
Purtroppo però non si può che notare come, dopo un lungo periodo di miglioramento dei trasporti, con più strade, più automobili, più aerei, ecc, negli ultimi anni il degrado degli spostamenti stia aumentando a ritmo vertiginoso.
Nelle percorrenze brevi il peggioramento è stato notevolissimo: Parliamo delle città. Le infrastrutture sono sostanzialmente sempre le stesse (penso per esempio a Firenze, la mia città). Purtroppo però le auto sono aumentate a dismisura, e da vantaggio questa è diventata la nostra disgrazia. Viviamo in mezzo alle code, forse vittime anche del fatto che la gente si muove sempre alle stesse ore (altro problema), e del fatto che le amministrazioni non sono minimamente in grado di gestire il trasporto pubblico. Gli autobus, lungi dal migliorare, peggiorano. Insomma….muoversi in città è oramai un tormento.
Pensiamo alle distanze brevi e medie, all’interno della regione. Qui la situazione è simile. Le ferrovie stanno subendo un degrado senza precedenti. Ho sempre pensato che, al di là di tantissimi discorsi, quello che veramente conta per poter offrire un buon servizio, almeno come condizione necessaria, è una buona rete ferroviaria. Bene..diamo un’occhiata a quante ferrovie sono state costruire negli ultimi 50 anni sopratutto rispetto alle strade: quasi zero. Un errore madornale è quello di concentrarsi troppo sulle lunghe distanza svantaggiando terribilmente le medie. Altro errore è quello di voler velocizzare a tutti i costi prima ancora di avere linee di media velocità. Qui in Toscana sono indecorosi i collegamenti Firenze-Bologna, Firenze-Siena, e collegamento con l’adriatico. Solo con la costruzione di ferrovie (non necessariamente ad alta velocità) si potrebbe fare qualcosa. E’ assurdo che i collegamenti via strada con autobus siano più veloci di un collegamento diretto con ferrovia. E’ assurdo che per andare da Firenze ad Ancona in treno io debba passare da Bologna….ma siamo in un paese civile o no?
E le lunghe percorrenze……anche qui dolori. Il servizio dei treni funziona in alcuni paesi, ma non qui in italia, dove ritardi, costi elevati (dei treni eurostar), scioperi continui, affollamento, problemi di reperimenti dei biglietti ecc, rendono il viaggio in treno spesso un disastro. Il servizio aereo poi..che negli ultimi anni aveva visto un’incredibile crescita, sta crollando sotto i colpi sferrati dall’attentato terroristico…..ci mancava anche questo.
Cos’altro dire? Che probabilmente dovremmo ripensare un pò il modello di vita che ci è stato quasi imposto in questi anni….come se la mobilità anche sul lavoro, fosse una buona cosa. Penso invece che tutto questo sia solo un grave errore.

Dialoghi di autunno 2001

Ecco dei dialoghi fra Simone, Igor e me, relativo al settembre-ottobre 2001


Simone, 19 dicembre 1999

Caro Andrea, ho visitato il vostro sito e l’ho trovato molto interessante e stimolante. L’idea tua e dei tuoi amici di creare uno spazio dove chiunque possa esprimere le proprie idee ed opinioni, libero da qualsiasi condizionamento per l’appartenenza o meno a questo o quello schieramento, è lodevole e deve essere incentivata. Alcune perplessità mi nascono dalla lettura del Programma, da te curato, di Indipendea. Vorrei quindi approfittare della libertà che mi offrite per esprimere le mie opinioni in proposito. Per prima cosa dalla descrizione del fine del movimento, cioè “Il bene di tutti, ovvero la massima felicità collettiva”, traspare una certa ingenuità che mal si addice ad un movimento che ha serie intenzioni di cambiare le cose. Il fine del movimento dovrebbe essere la realizzazione di uno stato di benessere nel quale ogni cittadino, e quindi la collettività, si trovi nelle condizioni di poter realizzare i propri obiettivi e quindi essere felice. Non può essere compito dello stato e della politica quello di dare felicità; quest’ultima deriva dalla realizzazione dei desideri e degli ideali di ciascuno. Lo stato di benessere che auspico deve derivare, come dici giustamente, da una maggiore libertà ed indipendenza del cittadino che dovrebbe guardare alle istituzioni come ad un gruppo di persone responsabili, capaci di tutelarlo e di garantirgli i fondamentali diritti di libertà e di espressione e non come all’attuale stormo di avvoltoi capaci solo di proibire e tassare. Non capisco cosa vuoi dire con “L’uguaglianza di trattamento deve essere vista sotto un punto di vista soprattutto meritocratico”. Nessuno discute che i cittadini debbano essere trattati in maniera uguale, specie quando si parla di sanità, giustizia ecc. La meritocrazia è un principio da applicare nel mondo del lavoro dove le retribuzioni devono essere commisurate all’impegno, alle responsabilità ed ai risultati raggiunti dal singolo ed implica perciò una doverosa e giusta disuguaglianza di trattamento. Scoraggiare l’uso dei motorini è sbagliato. Chi afferma che le due ruote (a motore, ovviamente) inquinano più delle auto non fa i conti con i tempi che i due mezzi di trasporto impiegano per raggiungere lo stesso luogo. A mio parare va fortemente incentivato l’uso di motorini e motocicli a quattro tempi ed elettrici nonché la ricerca ingegneristica, già in corso d’opera, per la realizzazione di motori sempre più efficienti e quindi dai bassi consumi. Ancora di più va favorito il trasporto pubblico, sia esso urbano che extraurbano, che deve essere capillare, puntuale ed economico per l’utente. Le ferrovie, per esempio, potrebbero alleggerire del 20% le loro spese tramite una sponsorizzazione massiccia dei convogli, così come avviene per gli autobus cittadini. Il problema è che in Italia manca una vera cultura del trasporto pubblico dovuta ad anni di inefficienza di chi lo ha gestito. Personalmente cerco di andare in bici! Altro punto cruciale è il risparmio energetico: i cittadini italiani necessitano di una profonda educazione sull’uso dell’energia, educazione che al momento manca e che ci porta spesso a scelte sbagliate e sfavorevoli da un punto di vista ambientale ed economico. Un esempio emblematico fu il referendum sul nucleare che circa tredici anni fa, sulla scia del terribile incidente alla ormai famosa centrale russa, portò alla messa al bando in Italia delle centrali nucleari. Forse mai come per quel referendum ci fu una campagna di disinformazione che evidenziò solo gli aspetti negativi dell’energia nucleare senza sottolinearne gli enormi pregi; non dimentichiamo, inoltre, che la maggiore quantità di energia elettrica la compriamo dalla vicina Francia che utilizza centrali termonucleari a due passi dai nostri confini! Veniamo ora al capitolo istruzione-educazione. La scuola deve assolvere a diversi compiti a seconda dell’età dell’individuo. All’inizio essa deve educare, ovvero creare le basi per lo sviluppo intellettuale dello studente (comunicazione, linguaggio, calcolo, apprendimento delle verità scientifiche, spiegazione scientifica dei fenomeni, conoscenza storica e geografica). Nella seconda fase si dovrà dare allo studente la possibilità di sviluppare un profondo senso critico che permetta l’apprendimento attivo di materie non fondamentali come quelle che tu citi. Ricordiamoci però che la scelta deve spettare all’individuo e non delle istituzioni, altrimenti si corre il rischio di catechizzare. Di fondamentale importanza è, secondo me, la messa al bando dell’insegnamento della religione nelle scuole di qualsiasi livello. L’educazione religiosa spetta alla famiglia, qualora questa ne abbia interesse. Istituire un servizio civile obbligatorio è assolutamente fuori luogo nel programma di un movimento che si propone di esaltare le libertà dell’individuo. L’impegno civile e sociale va incentivato ma non deve essere forzato in quanto perderebbe ogni finalità formativa. E’ giustissimo aiutare le famiglie, purché rientri nella definizione di “famiglia” qualsiasi nucleo di persone formato da una coppia di genitori che si amano, sposati o meno, e da un numero di figli, adottati o naturali, tutti conviventi sotto lo stesso tetto. Deve finire la discriminazione tra coppie sposate e non. I recenti tentativi di parificare, tramite un qualche atto formale, le coppie di fatto a quelle sposate sono solo una ridicola prova del fatto che una fetta dei perbenisti dai quali siamo governati non capisce, o non vuole capire, che chi non vuole sposarsi non lo fa proprio perché non se la sente di mischiare sentimenti e burocrazia. La televisione pubblica deve offrire un servizio educativo, informativo e soprattutto gratuito. La televisione privata deve essere liberalizzata. Entrambe devono essere monitorate al fine di garantirne la fondatezza dei contenuti.Ecco qui di seguito alcuni punti che secondo me dovrebbero andare ad integrare il programma del movimento: · Religione. Abolizione del concordato con la chiesa cattolica. La politica non deve mischiarsi con la religione, specie in un paese che, come l’Italia, si dichiara costituzionalmente laico. Le istituzioni dovrebbero tutelare chiunque, a prescindere dal credo, secondo i principi dettati dalla morale collettiva e non dai porporati. · Educazione sportiva. La mania per il calcio e per lo sport in televisione in genere, malattia che affligge una ormai preoccupante fetta di cittadini, scaturisce da una totale mancanza di vera cultura sportiva nonché di valori. Le istituzioni dovrebbero incentivare la pratica di uno o più sports che contribuiscano a formare il fisico e la mente dell’individuo. L’educazione sportiva dovrebbe arrivare ad avere la stessa dignità di quella scolastica. · Tutela delle minoranze · Tutela della salute del cittadino. Messa al bando delle sigarette e di qualsiasi tipo di droga (risulterò impopolare…) · Altro.. Spero che questa mia lettera contribuisca allo sviluppo del dibattito da voi iniziato. Avete tutto il mio appoggio  Simone 19dic1999

Andrea

Ringrazio Simone, così come Igor, per i loro contributi, che ho tra l’altro trovato molto interessanti. Questo dimostra come sia posibile un dibattito che dia spazio alle idee di ciuscuno; chiunque ha idee da esprimere, e non ha nessuna importanza se è più o meno esperto di politica. La politica ha come fine l’uomo, e tutti siamo più o meno esperti dell’uomo. Vorrei in particolare commentare il contributo di Simone, approfittandone per puntualizzare alcuni aspetti, anche di principio, che non erano forse molto chiari. Simone rimane dubbioso alla lettura di quello che indico come fine principale del movimento: “Il bene di tutti, ovvero la massima felicità collettiva”…..giudicandolo ingenuo. Sarà dunque meglio che mi spieghi. “Non può essere compito dello stato e della politica quello di dare la felicità”, dice Simone; questo è assolutamente vero. Non è lo stato che dà la felicità, ma lo stato può instaurare le condizioni perchè questa felicità possa realizzarsi. Ma, anche in questo caso, il suo fine è, in ultima analisi, quello di dare la felicità; non direttamente, perchè questo è impossibile, bensì indirettamente. Facciamo un esempio: l’obbligo dell’uso del casco in motorino. A quale fine lo stato ha inserito, tra le già numerose limitazioni alla libertà, anche l’obbligo dell’uso del casco, anche per maggiorenni? A guardar bene, l’unico motivo può essere lo solo quello di fare il bene di colui che andrà in motorino, per difenderlo dai rischi di incidente grave. L’unico motivo può essere quello di difendere la felicità (in senso ampio) del cittadino, la cui salute è in pericolo. E l’esempio del motorino si può applicare anche a molte altre leggi cosiddette paternalistiche (cinture di sicurezza, censure su film e videogiochi, ecc..). Si potrebbe naturalmente discutere a lungo sull’effettiva bontà di questi mezzi per raggiungere il fine desiderato, e cioè la difesa della felicità, salute, integrità del cittadino mediante limitazioni della sua libertà di scelta. Sono il primo a ritenere che la libertà sia il primo ingrediente della felicità, e che qualunque imposizione, se non viene interiorizzata, è inutile, se non addirittura dannosa. Simone ha dubbi sul fatto che lo stato si debba preoccupare della felicità: e ha ragione, se questa deve essere una scusa per poter obbligare e proibire. Molte circostanze della vita sfuggono al potere statale, ma il compito dello stato deve essere soprattutto quello di far acquisire alle persone quella capacità di pensare, in modo che possano scegliere in vera libertà, anche sostanziale. Educare a pensare, non istruire. E creare, ovviamente, quelle condizioni materiali in cui effettivamente ognuno possa scegliere la propria strada. E’ chiaro: non sarà lo stato che può dare l’amore, ma nessuno pretende che questo rientri nei suoi compiti. Sull’uguaglianza di trattamento Simone ha perfettamante ragione. L’unica cosa che vorrei far notare è che non è assolutamente pacifico che le persone debbano essere trattate in modo uguale. E’ chiaro che il trattamento spesso differisce in base a vari criteri. Il merito è uno dei questi. Ma esistono anche altri criteri, come l’anzianità o il reddito, che vengono usati anche troppo per decidere di promozioni, stipendi, tasse, e tariffe. E in moltissime situazioni non è assolutamente lecito prevedere diversità di trattamento in base a criteri. Esistono situazioni in cui, a mio modesto parere, tutti, per il solo fatto di essere individui, hanno diritto ad un uguale trattamento, indipendentemente dal merito o dal reddito. E’ assurdo che si pensi a differenziare le tariffe degli autobus in base al reddito, così come le mense o le tasse universitarie. Esiste già un meccanismo di redistribuzione del reddito; non è lecito aggiungerne un altro, che crea disparità di trattamento a chi utilizza uno stesso servizio. Senza contare la cosa più importante, cioè i problemi pratici che derivano dal conoscere il reddito di una persona. Giusto è il meccanismo delle ferrovie: se vuoi andare in prima classe, paghi di più. E’ una scelta libera, e il prezzo maggiore è corrispettivo di un servizio diverso. Sull’ambiente, i trasporti, l’energia e l’informazione sarebbero da dire tante cose…ne scriverò in separata sede, sperando anche nell’aiuto di chi esperto del settore. Sul capitolo istruzione-educazione sono d’accordo con quello che dice Simone. Non si deve catechizzare, bensì educare a pensare, e stare attenti a spacciare per verità ipotesi. Questo a tutti i livelli. Non molti sanno, per esempio, che non è mai stato dimostrato che L’AIDS sia o meno una malattia infettiva provocata dal virus Hiv. Tutti sanno invece che L’Aids è provocato dal virus Hiv, nonostante sia solo un’ipotesi, peraltro dubbia. Si pensa molto a catechizzare sull’argomento, ma non a indagare sulla verità. Stiamo attenti alle “verità scientifiche”, perchè molte di esse sono tutt’altro che verità. Per quanto riguarda l’insegnamento della religione, penso che debba essere mantenuto uno studio delle religioni, al pari delle filosofie. Lo studio delle religioni (e non solo di una) è molto educativo, perchè mette a confronto diverse visioni del mondo, diverse culture, e può aiutare a fare una serie riflessione sui problemi più profondi dell’uomo. Sul servizio civile non obbligatorio sono perfettamente d’accordo. La proposta che io e Stefano abbiamo fatto non si può più chiamare servizio civile, perchè è in realtà un completamento della scuola, obbligatorio allo stesso modo della scuola dell’obbligo, e in periodo scolastico. E’ solo una proposta, che aiuterebbe il giovane a calarsi in alcune realtà. La finalità sarebbe esclusivamente educativa, al pari delle lezioni scolastiche, non una forza lavoro in più per lo stato come è ora. Anche sulla famiglia e il matrimonio sono d’accordo. Non conta il pezzo di carta. la burocrazia non ha niente a che vedere col sentimento e con la famiglia. Sono d’accordo sulla necessità di un tv pubblica educativa, così come sull’abolizione del concordato, e anche su un’educazione sportiva ( cui si dovrebbe aggiungere necessariamente un’educazione civica seria), sulla tutela delle minoranze. Non assolutamente sul divieto delle sigarette e delle droghe. Il sottoscritto odia sia fumo che droghe, ma si rende conto che non è con il divieto che si risolvono i problemi (senza contare che cosa accadrebbe nella pratica una volta vietate le sigarette) Un grazie sentito dunque a Simone… le cui proposte e critiche sono state molto costruttive.

Simone

Ciao Andrea, ti ringrazio per la risposta ai miei commenti; mi ha dato soddisfazione constatare che anche un non tecnico come me viene preso in considerazione per la discussione di certi temi. Sono d’accordo con te quasi su tutto ma ci terrei a puntualizzare alcune cose. In primo luogo io ho parlato di meritocrazia come di criterio di differenziazione da applicare nel mondo del lavoro. Concordo pienamente con te quando dici che e’ assurdo differenziare in base al reddito quando “Esiste già un meccanismo di redistribuzione del reddito; non è lecito aggiungerne un altro, che crea disparità di trattamento a chi utilizza uno stesso servizio”. Non sono un tecnico di politica ed economia ma penso di poter dire la mia riguardo ad energia, ambiente e, marginalmente, ai trasporti. Lavoro infatti nel gruppo TEEG (Turbomachinery, Energy and Environment Group) del Dipartimento di Energetica dell’universita’ (Ingegneria Meccanica). Sarei percio’ lieto di conoscere alcune tue opinioni in proposito. Veniamo al capitolo educazione. La mia mentalita’ estremamente pragmatica mi ha sempre portato a rifiutare risposte non scientifiche a domande importanti. Quello che volevo e voglio ribadire e’ l’importanza dell’insegnamento dell’approccio scientifico ai problemi in quanto e’ solo con un metodo di ricerca scientifico che l’uomo ha saputo dare delle vere risposte. E’ sbagliato sostenere che la scienza non riuscira’ mai a risolvere alcune questioni. Le capacita’ dell’uomo ci permetteranno, col tempo, di rispondere a tutti i quesiti. Non importa se qualche volta la scienza sbaglia o non e’ esauriente (e cio’ accade piu’ raramente di quanto pensi), importa capire ed insegnare che la scienza e’ l’unico strumento. Non sono totalmente d’accordo con te quando dici che “Lo studio delle religioni (e non solo di una) è molto educativo, perchè mette a confronto diverse visioni del mondo, diverse culture, e può aiutare a fare una serie riflessione sui problemi più profondi dell’uomo.” Lo studio della religione puo’ essere anche molto diseducativo. Basti pensare che la maggior parte delle dottrine sono nate a) per dare un’assurda consolazione all’eterna paura della morte e b) per giustificare la sottomissione dei deboli da parte dei potenti. La religione e’ da sempre la vera nemica della cultura e della conoscenza. Purtroppo lo e’ tuttora. [...] DIMENTICAVO… Quando parlo di divieto al fumo e alle droghe e’ chiaro che non intendo “da oggi niente sigarette nei negozi”. Penso comunque che far pagare 15.000 Lire un pacchetto di catramine non sarebbe un cattivo inizio, purche’ il provvedimento sia accompagnato ad una vera lotta al contrabbando (non come ora che ogni tanto fanno una ripresina dall’elicottero della finanza per soddisfare il grande pubblico mentre, sottobanco, sono tutti d’accordo). Ciao Simone

Andrea

Grazie innanzitutto per il tuo ennesimo contributo. Avrei da fare delle semplici osservazioni.

1) Per quanto riguarda il capitolo trasporti, sono da sempre un fautore convinto del trasporto pubblico. Purtroppo l’uso di quelle scatolette di latta chiamate auto, e, in parte, dei motorini, quando diventa abuso, rende le nostre città assolutamente invivibili per una persona. Pensiamo allo smog, allo spazio occupato, al traffico, al rumore. E il problema si fa anche sentire fuori dalle città, laddove le autostrade sono sempre intasate, mentre le ferrovie non riescono a dare un servizio che sia all’altezza. Quella che va cambiata, prima di tutto, è la mentalità. Fino a quando verrà usata la macchina anche quando se ne potrebbe fare a a meno non c’è nessuna possibilità di cambiare le cose. Sarà che io sono sempre stato un amante del treno. Sarà che in treno ho passato momenti stupendi, da tutti i punti di vista. Sarà dunque che io ho una mentalità probabilmente opposta; non mi limito a non amare le macchine, ma proprio le odio. Però mi rendo conto che parte di questo odio è giustificato anche da fattori non sentimentali. E osservo…osservo che in città devo urlare per farmi sentire; che devo fare lo zig-zag fra i pedoni racchiusi in uno spazio pari al 20% della strada, fra macchine in movimento ed in sosta; che si fa fatica a respirare per l’incredibile puzzo; che per fare pochi metri, anche in autobus, devo stare delle ore. Questo vedo..e osservando l’interesse generale che c’è su questo argomento aprirò fra breve un dibattito anche qui, sui trasporti e sulle ferrovie, perchè sono un patrimonio di civiltà importante assolutamente da difendere.

2) Scienza e religione. Comprendo gran parte dei motivi che ti spingono ad essere contrario ad ogni forma di insegnamento della religione, e a quest’ultima in generale. Anch’io sono un fautore della scienza. Ma, appunto per questo, non voglio mai trovare delle conclusioni affrettate. E’ vero che la scienza può arrivare a rispondere a molti, se non tutti, i quesiti fondamentali dell’esistenza. Però bisogna stare molto molto attenti. Innanzitutto non dobbiamo correre nell’errore di considerare certe ipotesi scientifiche come dogmi. Questo è un errore che si è ripetuto molto spesso nella storia della scienza, e che ha provocato dei clamorosi flop. Si pensi alla storia della medicina: per molto tempo malattie dovute alla carenza di vitamine sono state interpretate come malattie infettive, provocate da virus. Questa idea per molto tempo è stato un dogma; chi la pensava diversamente era un eretico. Adesso chi dice che l’Aids non è una malattia infettiva è ugualmente considerato eretico; si badi bene: non considerato nell’errore, bensì eretico, visto che spesso non ci si preoccupa di confutare con prove scientifiche certe ipotesi. E in molti altri campi della scienza vige questo principio; quindi stiamo molto attenti a non trasformare la scienza in una forma di religione, perchè questo rischio esiste. Ma il punto fondamentale è che, a mio avviso, non esiste nessun conflitto tra scienza e religione. Nessuno ha mai dimostrato come è nato il mondo, quanto è grande l’universo, e per quale motivo si sono verificate le condizioni, assolutamente uniche, per cui l’universo ha potuto permettere la nascita di forme di vita e non essere assolutamente caotico come la cieca cusualità dovrebbe permettere. Anche la scienza può, in linea di principio, rispondere a queste domande, e può formulare ipotesi. Ma molto spesso (vedi il caso di Paul Davies), l’ipotesi può essere proprio l’esistenza di una qualche forma di Dio. E comunque, è assolutamente indiscutibile che nel mondo esistano religioni che, per molti popoli, assumono una veste prioritaria nella vita di tutti i giorni (si pensi al popolo musulmano). E’ dunque assurdo, secondo me, che certe cose non vengano insegnate, perchè fanno parte del patrimonio dell’umanità. Sono d’accordo con te quando dici che la religione non deve assumere la forma di dogma contario al senso critico. Se la religione deve essere solo un modo per favorire gerarchia e ottundere le menti, allora hai perfettamente ragione. Ma lo studiare vari dogmi, serve proprio a rendersi conto che ci sono varie visioni del mondo, e questo in parte dovrebbe aprire la mente.

3) Ultima, breve osservazione. E’ possibile che parte della finanza si comporti come dici tu, in modo complice. Ma, ripeto due parole: possibile e parte. Prima di tutto è anche questa un’idea, su cui si può essere più o meno d’accordo. E’ giusto avanzare dubbi, ma non considerare questi dubbi come certezze. E poi, bisogna fare molta attenzione a non generalizzare. Giusto condannare chi si comporta in un modo non corretto, ma non condannare una categoria, fra cui ci possono trovare persone scorrette, così come persone correttissime. Possiamo certo dire molto sulle procedure di controllo, sull’organizzazione, ecc, ma non possiamo dire nulla sulle persone, se non avanzando un’ipotesi, peraltro solo statistica. Questa osservazione prescinde naturalmente dal caso concreto..è un osservazione di generale prudenza, che volevo fare.

Simone

Caro Andrea,ti ringrazio per l’attenzione che continui a mostrare nei confronti dellemie opinioni. Devo dire che il mio ultimo contributo era pensato come semplice e personale risposta alla tua prima replica. Non pensavo che venisse nuovamente inserito nel sito. In tal caso sarei stato molto piu’ pacato e attento nel fare certe affermazioni (vedi il caso della lotta al contrabbando dove, in realta’, concordo pienamente con te nel dire che non bisogna generalizzare…). Faccio pubblica ammenda e ne approfitto per aggiungere alcune puntualizzazioni. (1) TRASPORTI. Sono pienamente d’accordo con te. Teniamo presente, pero’, che certe tipologie di lavoratori hanno bisogno di spostarsi rapidamente all’interno della citta’ e non esiste servizio pubblico, reale o ideale, che possa completamente sopperire all’uso di un motociclo. Cerchiamo, piuttosto, di migliorare l’autonomia dei ciclomotori elettrici e di abbassare le emissioni di quelli a combustione interna. I motorini hanno infatti l’enorme pregio di smaltire il traffico. Si’ alle macchine con almeno tre persone a bordo e al potenziamento del servizio pubblico, specie quello urbano (vedi il mio primo contributo). (2) SCIENZA E RELIGIONE. Ribadisco che il metodo scientifico porta e portera’ sempre alla verita’. Se alcune ipotesi scientifiche vengono prese come dogmi prima di essere verificate, vuol dire che il metodo scientifico non e’ stato seguito. Esso prevede infatti: a) una prima formulazione dell’ipotesi di partenza seguita da b) ideazione di un modello fisico-matematico capace di interpretare la realta’ del fenomeno e quindi c) verifica o confutazione dell’ipotesi di partenza. Scienza e religione non andranno mai d’accordo per il semplice motivo che partono da ipotesi diverse, seguono metodi diversi e quindi giungono inevitabilmente a conclusioni diverse. Paul Davies, nel suo libro “Dio e la nuova fisica”, giunge alla conclusione, peraltro scontata, che la scienza attuale non e’ in grado di confutare l’esistenza di un Dio inteso come entita’ astratta che ha dato origine all’universo. Il fatto che Paul Davies, scienziato, avanzi l’ipotesi dell’esistenza di un Dio, non significa che tale ipotesi sia scientifica; essa deve essere verificata o confutata. Teniamo conto, inoltre, che Davies rappresenta una “mosca bianca” nel mondo scientifico; egli non e’ altro che un furbo scrittore che ha sfruttato l’idea di mettere d’accordo atei e non per pubblicare un librino facilmente commerciabile e leggibile. L’ipotesi dell’esistenza di un Dio e’ assai raramente presa in considerazione dagli addetti ai lavori. (3) FUMO. Il problema del fumo non si porrebbe se i fumatori fossero abbastanza educati e rispettosi da non fumare nei locali pubblici o, comunque, in presenza di persone che sono infastidite dal fumo. Le leggi in proposito esistono ma non sono rispettate e NIENTE viene fatto per farle rispettare (avete mai visto un rappresentante delle forze dell’ordine che entra in un pub il sabato sera pregando i presenti di smettere di fumare e multando il gestore del locale per non aver provveduto a far rispettare il divieto?). Il fumo deve essere combattuto non tanto perche’ arreca danno ai fumatori, i quali sono liberissimi di decidere sulla propria salute, quanto perche’ ad essere maggiormente danneggiate sono le vittime del cosiddetto fumo passivo. Grazie di nuovo e a presto


Igor

Ho visitato il vostro sito e penso che la vostra sia un’ ottima idea. Anch’ io avevo in mente di fare qualcosa di simile, ma non ne ho mai avuto il tempo. Vi allego una bozza delle idee che mi sono venute in mente. Premetto che non sono un esperto di politica e che non faccio parte di alcun partito, ma ero stufo di sentire la gente lamentarsi senza che nessuno poi faccia niente x migliorare la situazione. Alcune cose probabilmente le troverete banali e/o utopistiche, comunque leggetele e fatemi sapere cosa ne pensate. Credo che Internet sia l’ unico strumento di informazione di massa libero rimastoci. Qualsiasi parte di territorio è diviso in Comuni, Province e Regioni. Adesso la maggior parte delle tasse va prima allo Stato e diviso poi ai vari enti pubblici e Comuni. Dando invece i soldi delle tasse prima ai Comuni e poi, in minima parte allo Stato, si avrebbe come conseguenza un controllo migliore da parte degli stessi contribuenti, che finalmente potranno vedere dove vanno a finire i loro soldi, e una maggiore conoscenza delle reali necessità di spesa d’ogni singolo Comune. Tale controllo da parte dei cittadini potrà anche essere effettuato obbligando i Comuni ad esporre ogni sei mesi un bilancio sui vari giornali locali distribuiti ormai in ogni paese, così come fanno le ditte private con i propri soci. Bisogna cominciare a considerare i cittadini come diretti partecipanti alle attività del Governo del proprio paese e non più come elettori che subiscono passivamente tutto quello che i parlamentari, che dovrebbero in teoria rappresentarli, decidono. Per fare questo è necessario trasformare poco per volta l’attuale forma di democrazia “rappresentativa” in democrazia “diretta” tramite dei referendum, che sono l’unico vero mezzo d’espressione della maggioranza, chiari e precisi. Bisognerà attuare delle riforme per trasformare i referendum in mezzi propositivi e non più solo abrogativi, come lo sono ora, e fare delle leggi di modo che non diventino mezzi pericolosi a disposizione di chiunque (es : stabilire su quali temi non possano intervenire e aumentare il n° delle firme che occorrono per proporli). Dato che molte delle leggi necessarie saranno votate e proposte direttamente dai cittadini, si potrà diminuire finalmente il N° dei parlamentari e dei partiti. Ridurre gli stipendi dei parlamentari e dei politici. Come conseguenza si avrebbero meno persone interessate soltanto ad ottenere guadagni facili e più persone che si occupano di politica x un reale interesse o passione. Eliminare tutte le cariche di senatore a vita, per lo meno di coloro che hanno già degli altri redditi sufficientemente alti. Dare ad ognuno la possibilità di scegliere tra Pensioni private e pubbliche (debito INPS ad Ottobre 1997 = 24mila miliardi) e cercare di privatizzare anche l’INPS Favorire l’assistenza sanitaria privata e stabilire delle tariffe massime x tipo di prestazione. Si potrebbe pensare (Referendum) di creare tre diverse sedi del Parlamento (Nord, Centro, Sud) così da avvicinare maggiormente la politica ai cittadini e ai problemi delle singole realtà del Paese. In questo modo inoltre i parlamentari non dovrebbero più recarsi fino a Roma x lavorare (con minori spese di trasferta). Questi Parlamenti saranno poi collegati tra loro attraverso strumenti nuovi, come apparecchi x videoconferenze e apparecchi telematici. Creare un esercito professionista che creerà nuovi posti di lavoro; sarà meglio attrezzato e sicuramente più preparato. Far fare ai giovani un periodo (8 –10 mesi) di servizi utili (con compiti e orari di lavoro ben precisi) presso enti pubblici o privati (servizio civile) nei dintorni del proprio paese. Ci sarebbero meno spese di vitto e alloggio inutili e possibilità maggiori per i giovani di conoscere nuove realtà e persone che potranno essere loro utili in seguito per trovare un lavoro. Inoltre i Comuni risparmierebbero soldi per quei piccoli lavori che comunque dovrebbero pagare. Liberalizzare le droghe leggere (Referendum) e regolare la prostituzione. Si tolgono alla delinquenza organizzata soldi, poteri e si aumentano le entrate dello Stato su soldi che in ogni caso girano (v. l’esempio dell’Olanda). Far seguire una campagna x informare maggiormente sui rischi e cui si va’ incontro e finanziare maggiori studi in proposito. Riforma della scuola ascoltando anche delegazioni di studenti e professori che meglio conoscono la realtà scolastica e potrebbero sicuramente proporre idee nuove. Non poter più permettere ad insegnanti che hanno oltrepassato l’età della pensione di tornare ad insegnare e facilitare così l’inserimento di giovani professori e di nuovi metodi d’insegnamento. Aumentare i controlli sulle ripetizioni che ormai la maggior parte dei professori danno dopo l’orario di lavoro quasi esclusivamente senza il rilascio d’alcuna fattura, distinguendo tra professori che hanno già un posto fisso da universitari e disoccupati. Con l’assistenza sanitaria e le pensioni private le assicurazioni si farebbero maggiore concorrenza e inoltre porterebbero molti posti di lavoro in più (aumentando il giro d’affari sicuramente assumerebbero molte nuove persone). Abolire i contributi ai sindacati e renderla una scelta facoltativa. Sarebbe sufficiente che, quando il Governo discute leggi sul lavoro ascoltasse anche il parere dei lavoratori al limite con un referendum. Aumentare i controlli sul lavoro dei dirigenti e degli impiegati pubblici diminuendo alcuni privilegi (per esempio donne che si fanno assumere e poi, dopo qualche mese, rimangono a casa x anni in maternità) ma anche incentivare con aumenti di stipendio chi lavora meglio. Attivare un numero verde x ogni Comune x ascoltare le proteste e consigli dei cittadini (anche riguardo gli stessi impiegati). Impiegare i carcerati (almeno quelli x reati non gravi) per lavori utili (forse riuscirebbero anche a reintegrarsi meglio una volta usciti da galera). Favorire il lavoro part-time (soprattutto x le donne), le nuove assunzioni e gli investimenti facendo pagare meno tasse a chi assume o investe. Più informazioni sui corsi di preparazione al lavoro (finanziati anche dalle regioni) e incentivi e aiuti sulle nuove imprese (soprattutto formate da giovani). Molti finanziamenti sarebbero già disponibili, ma rimangono inutilizzati x mancanza d’informazione o per difficoltà burocratiche (addirittura esistono organizzazioni private che aiutano i giovani a ricevere tali finanziamenti). Far detrarre tutte le spese, in misura maggiore x le spese necessarie (visite specialistiche, dentisti ecc.), allegando scontrini e/o fatture alle dichiarazioni dei redditi. Tutti pagherebbero le tasse perché la gente pretenderebbe lo scontrino. Maggiori controlli sull’assegnazione delle case popolari (Ragioniere capo di un Comune in una casa popolare!) Trasmettere tramite una delle reti della televisione di Stato i lavori del Parlamento.

Andrea

Grazie Igor dela tua asidua partecipazione. Faccio qui qualche osservazione sulle tue proposte varie. Per quanto riguarda lo spostamento dell’imposizione fiscale verso i comuni, posso dire di essere abbastanza d’accordo. L’unico problema riguarda le zone il cui il comune ha un importanza non fondamentale per la vita dei cittadini che lo compongono. Si pensi ai comuni limitrofi ad una grande città, che praticamente gravitano intorno alla citàà stessa, usuefrendo dei servizi globali dell’area. Sono state da tempo istituite le aree metropolitane per legge, ma queste non hanno per niente, a tutt’oggi, l’importanza che dovrebbero avere, anche come imposizione fiscale. Le stesse provincie, in mancanza dovrebbero (e qui vado controcorrente) assumere un’importanza maggiore, almeno per quanto riguarda i trasporti, la scuola e il lavoro. Giustissimo il discorso sui referendum, l’unico mezzo che, in una vera democrazia, è in grado di far sentire la voce dei cittadini. Tutti sappiamo che sono mezzi pericolosi, ma l’ultima parola spetta sempre al voto dell’elettore, che quindi, anche se sottoposto a campagne di ogni tipo, è perfettamente libero di scegliere quello che vuole. Libero in senso formale, non sostanziale; ma la libertà formale è l’unica che può essere veramente garantita in una democrazia. Per garantire anche quella sostanziale, l’unico strumento è l’educazione al pensiero e al senso critico. Non mi stancherò mai di ripeterlo. Non è certo con l’abolizione di campagne, spot, ecc… che possiamo garantire la libertà di scelta del cittadino, perchè solo una persona che pensa è veramente libera. Sul numero dei parlamentari e dei partiti. Il primo è sicuramente eccessivo già ora. Intanto la doppia camera è solo una perdita di tempo. E, soprattuto, per come è organizzata la politica adesso, è chiaramente eccessivo il numero dei parlamentari. Spesso molti si riducono ad essere solo un numero di pecore che segue le direttive del partito. E naturalmente io, come uno dei fondatori di indipendea, non posso che essere disgustato da questo. Ogni persona, e dunque ogni parlamentare, ha diritto ad avere una sua idea, perchè chiunque che pensi può arrivare a conclusioni diverse. Non siamo uguali…sarebbe la fine del mondo, la cui bellezza risiede anche, e forse soprattutto, nella diversità. In un sistema in cui ogni persona pensante esprime la sua idea..allora andrebbero bene anche 10000 parlamentari. ma così come stanno le cose adesso, sono già troppi 1000. E’ evidente che sui partiti ho un idea derivante dal discorso precedente. per me i partiti sono solo organizzazioni elettorali, che permettano di aggregare persone che abbiano qualcosa in comune (solo qualcosa), al fine di essere votati con più facilità dagli elettori. Una volta eletti, il partito non dovrebbe influenzare la libertà dei parlamentari in modo esagerato, per le motivazioni che ho già spiegato. Dovrebbe essere solo un luogo di dibattito, come facciamo noi. E’ dunque evidente che, a mio avviso, non è certo un male se i partiti sono tanti. E gli stipendi dei parlamentari? Su questo punto non sono troppo d’accordo con te. Non penso che sia una questione importante, però, se devo dare un parere, penso che con stipendi alti si limitino le possibilità di truffe, furti e tangenti. Eliminare le cariche di sentore a vita…forse. Stiamo soprattutto attenti a chi vengono date. Sulle privatizzazioni, soprattutto della sanità, io sono d’accordo in linea generale, ma cauto. Il principio da seguire è, secondo me, quello di sussidarietà. Lo stato deve occuparsi di tutto ciò che i privati non riescono a fare, o fanno male. penso che certi servizi vadano garantiti a tutti. Se ci riesce il privato, bene; se questo offre un servizio insoddisfacente o troppo caro, allora bisogna ricorrere allo stato. Nel caso della sanità dunque, il discorso è dunque questo. Ben venga l’assistenza privata e la possibilità di scelta. Non c’è motivo di limitarla. Però va garantito un servizio a tutti, visti gli alti prezzi dei privati; quindi l’assistenza statale è d’obbligo, se pur in conocrenza con quella privata. da notare che lo stesso discorso vale, per me, almento per la scuola e i trasporti. ma ne riparleremo. Sulle sedi del parlamento si può discutere, mentre sono d’accordo sull’esercito professionista. Sul servizio civile ho già parlato. E’ una questione delicata. Non sono d’accordo assolutamente su un servizio civile che serva per compiere i lavori che dovrebbero essere svolti dai dipendenti pubblici. L’organizzazione pubblica purtroppo è allo sfascio. Molti non hanno da fare nulla, perchè impiegati in uffici inutili..e i servizi non funzionano. Secondo me è proprio una questione di organizzazione. Non c’è certo carenza di personale nel settore pubblico: è semplicemente impiegato molto male. Sulle liberalizzazioni io sono generalmente d’accordo. Non è con la censura che si risolvono i problemi, bensì con una vera educazione a pensare, anche in modo introspettivo. Penso che una delle nostre principali difficoltà sia quella di conoscere noi stessi, presi come siamo dal seguire mode e correnti. Se davvero acquisissimo uno spirito libero e indipendente, non ci sarebbe bisogno di censure e proibizioni per capire che la droga fa male, così come il fumo, l’andare con le prostitute o il gioco d’azzardo se diventano manie. Tutto ciò che fa diventare schiavi, in senso fisico o psicologico, è dannoso a noi stessi. Ed è questo che dobbiamo far capire. Che quello che conta nella vita è qualcosa di ben più importante, probabilmente la serenità e l’amore. Ben vengano dunque le liberalizzazioni, nel rispetto ovviamente della libertà altrui (cioè, lasciamo liberi di fumare, sigarette e spinelli, ma solo in mancanza totale di altre persone) Sulla scuola, vista la sua imprtanza, verrà aperto presto un capitolo apposito, così come sul lavoro e l’orientamento scolstico e professionale. Giudico personalmente alcune tue proposte interessanti e da discutere. Sono favorevole all’impiego dei carcerati per lavori utili, all’individuo e alla collettività. Per quanro riguarda la detrazione dalle tasse, può essere un sistama valido, quello da te proposto per limitare l’evasione. Forse un pò poliziesco, ma valido. Ultima osservazione. Esiste già, su satellite, un canale che trasmette i lavori del parlamento. Ovviamente però…sono quasi sempre visualizzate due strisce con avviso che fa notare che il parlamento non lavora. Bè….siamo in italia…..

Igor

Vedo con piacere che il sito stà ricevendo nuove proposte ogni giorno e tutte mi sembrano piuttosto interessanti.L’unico dubbio che ho è che così facendo, credo che non si riesca a raggiungere niente di concreto e rimarrebbero solo parole scritte e discusse da un numero limitato di persone. Inoltre ho notato che non c’è possibilità di comunicazione diretta tra i vari partecipanti. Io, per esempio, ero curioso di sapere cosa ne pensassero gli altri delle mie proposte, ma non ho ricevuto alcun commento.Penso che una soluzione sarebbe far comparire anche l’indirizzo e-mail di chi scrive oppure creare una stanza su C6 ,o altri programmi di chat, dove glinteressati possano discutere on line. Un’ ultima cosa:oggi ho notato che sullla nuova versione del sito non avete più messo il mio contributo. Mi rendo conto che forse le proposte erano troppe e sarebbe stato noioso leggerle tutte,ma sarebbe stato forse più interessante farne vedere 1 o 2 alla volta e sapere gli altri cosa ne pensavano. Tanti saluti a tutti e continuate così…state facendo un buon lavoro. P.S. : Rispondetemi al più presto .Grazie. IGOR 28/12/1999

Andrea

Ciao Igor, e grazie. Rispondo alle tue perplessità. Innanzitutto, per quanto riguarda il fatto che siano solo parole…bè, dobbiamo essere comunque un certo numero prima di poter fare qualcosa di concreto. E’ giusto partire dalle idee, per poi provare a tradurre queste idee in fatti. Per quanto riguarda il discorso della comunicazione, penso invece che il sito sia un’ottima possibilità di comunicazione: più riflessiva sicuramente di una chat, e più aperta sotto il punto di vista temporale. Se qualcuno vuole rispondere alle 5 di mattina, lo può fare. Nella sezione “Chi siamo”, sarà presto inserita una parte in cui verrano presentati i vari partecipanti, ovviamante esclusivamente con i dati che ognuno vorrà fornire. Chi vuole avrà scritto solo il nome, o pseudonimo, chi lo preferisce anche l’e-mail, o altro. Presto questo sarà fatto. Sarà così possibile anche comunicare tra partecipanti, volendo, nonostante non sia assolutamente necessario, visto che il dibattito si può svolgere anche nello spazio del sito. Per quanto riguarda invece il tuo contributo, mi sa che non ti sei accorto che non è stato levato affatto; anzi, è stato addirittura “promosso” nella sezione programmi; per questo non lo trovavi. Nessuno, salvo me, ha ancora replicato specificatamente alle tue idee, che io trovo peraltro molto interessanti, soprattutto perchè mi sembri finalmente uno dei pochi democratici rimasti in italia. Comunque..aspettiamo.. Ciao Igor, e grazie ancora. Andrea

Etica e 2000

Ecco un mio scritto del 1997. Vecchiotto ma sempre attuale :-)

1. NATURA UMANA E CULTURA

Prima di addentrarci nel problema etico sarà utile capire qualcosa sull’essere umano, il vero oggetto dell’indagine.
Tutti, quando nasciamo, abbiamo un corredo genetico ereditato dai nostri genitori che ci predispone ad affrontare il mondo in un determinato modo. Nasciamo uomini, non gatti, scimmie o serpenti e questo fatto ci richiama alla consapevolezza di avere un nucleo genetico comune a tutta la specie umana. Così come riconosciamo fisicamente un uomo da una scimmia, così possiamo riconoscerlo anche mentalmente. Certo, abbiamo differenze genetiche per cui Tizio non nasce uguale a Caio, ma queste differenze rispetto a quelle che limitano il confine della nostra specie sono ridotte. Tutto questo vale per noi come per gli altri animali. Ma c’è una differenza, una differenza fondamentale, che ci fa uomini, nel bene e nel male: la cultura.
Per tutti gli altri animali, soprattutto per quelli più bassi nella scala evolutiva, le diversità fra membri della stessa specie si fermano alle differenze, peraltro non molto accentuate, fra i corredi genetici. L’apprendimento, l’esperienza e l’insegnamento degli altri non hanno molta importanza (anche se dobbiamo stare attenti a dire certe cose dopo alcune ricerche compiute su scimmie e altri animali abbastanza simili a noi). Per gli animali spesso è già tutto semi-programmato in partenza: l’ambiente non influirà più di tanto sulla struttura caratteriale.
L’uomo invece possiede un cervello con una corteccia (l’area celebrale più esterna in cui risiedono le capacità di memorizzare e apprendere) molto più sviluppata e senza cultura non è minimamente indipendente. Spesso ci incuriosiscono documentari in cui vediamo animali appena nati che subito corrono, nuotano o cacciano. Stupisce il famoso esperimento dell’etologo tedesco Eibesfeldt su uno scoiattolo nato e allevato in casa che, ricevendo delle noci, cercava di nasconderle alla base di una gamba di un tavolo scambiandola per la base di un albero. E non aveva mai visto né imparato da nessuno simili comportamenti! [Angela,1983]
Un bambino invece è totalmente dipendente dagli altri per molti anni e alla nascita sa solo piangere. Questo lo rende molto più fragile inizialmente ma molto più “potente” successivamente.
L’uomo apprende, naturalmente, non solo dagli insegnamenti degli altri, cioè dai loro comportamenti, dai libri ecc.. (Da quello che si potrebbe chiamare Cultura Esterna), ma anche dalle proprie esperienze e riflessioni individuali (toccando la fiamma sento male e anche se non me lo dice nessuno, apprendo che il fuoco fa male). Non bisogna dimenticare naturalmente che la cultura riguarda anche tutto ciò che sì apprende dall’ambiente naturale, oltre che da quello sociale. Se i geni fossero dei pezzettini di Lego, si potrebbe definire la cultura come ciò che organizza i pezzettini in modo da formare una costruzione. Dunque la cultura è importantissima perché quei pezzi dì Lego possono essere combinati in infiniti modi diversi che portano a infinite costruzioni (ovvero caratteri) dell’uomo. Però non dobbiamo dimenticare che non si sta plasmando la creta. I pezzettini di Lego sono quelli e solo quelli; dunque l’uomo può essere sì plasmato dalla cultura ma solo compatibilmente con la sua natura.
Come abbiamo detto, sia i geni che la cultura hanno sia una componente comune ad altri uomini, sia una componente individuale. Erich Fromm ad esempio, preoccupandosi di adeguare la società all’uomo, insiste sulla prima componente, ovvero il nucleo genetico comune: “Il problema è di estrarre il nucleo comune a tutto il genere umano dalle molteplici manifestazioni dell’umana natura, sia normali sia patologiche, così come l’osserviamo in individui e culture diverse. Bisogna inoltre scoprire le leggi inerenti all’umana natura, e le mete del suo sviluppo e del suo manifestarsi” (Fromm, 1955, 22)
La meta principale è, secondo Fromm, “il benessere umano”, e la natura umana sarebbe tale che l’uomo “trovi il suo adempimento e la propria felicità soltanto nel trovarsi in un rapporto di relazione e di solidarietà con i suoi simili”[Fromm, 1947, 20). Fromm [1947] pensa inoltre che l’uomo, liberato delle catene di un autorità esterna (v. Schema) che decide per lui, possa arrivare a capire da solo qual è il suo bene, perché la capacità di giudizio è insita in lui.
Ho citato questo pensiero perché si ricollega alla crescente libertà, o meglio possibilità di libertà, che viene offerta all’uomo moderno dalle odierne società avanzate, come vedremo. Una libertà che pesa, ma da cui forse sarebbe meglio non fuggire, come è possibile che sia. La responsabilità del nostro futuro individuale e collettivo dipende dalle nostre scelte ora più che mai e dobbiamo renderci conto che fuggendo rinunciamo a qualcosa di importante pur acquistando “sicurezza”.

2. INDIVIDUALISMO ETICO E SOLIDARIETÀ

Ogni uomo che compie una scelta è geni e cultura: in una parte che ci accomuna e in una che ci divide. Se in passato la società era coesa perché basata su una cultura molto omogenea (che induceva l’individuo ad accettarne passivamente i valori), oggigiorno questa unione è a rischio. Come dice infatti Melucci, “quando le relazioni tra gli uomini si affidano oramai unicamente alla scelta, il fondamento della solidarietà diventa fragile e il vincolo sociale si trova esposto a grande precarietà. La minaccia della disgregazione e di un individualismo catastrofico appartiene al nostro orizzonte” [Melucci, 1991, 133]. Rimangono pero la comune natura umana e la consapevolezza che l’altro è simile a te, anche se diverso, e che va dunque rispettato.
Le categorie comuni dell’esistenza umana e la consapevolezza di non sapere possono essere oggigiorno, secondo F. Crespi [19941, le basi della solidarietà. Quello che ci viene a mancare in definitiva è quella cultura esterna comune a tutta la società (e non solo a delle sue parti). La moderna cultura globale è talmente disomogenea che spetta ad ogni individuo, in base alla sua individualità genetica e culturale, il compito di effettuare le scelte etiche (nonché culturali).
E' questo l'individualismo etico, che però non significa affatto fine della solidarietà: rimangono la natura genetica comune, come detto, che si può supporre, senza essere troppo ottimisti, quantomeno non egoistica per natura (non insomma HOMO HOMINI LUPUS); e rimane anche una crescente comune consapevolezza del relativismo di ogni visione, quella coscienza di non sapere di cui parla Crespi. Giddens [1991] parla di “riflessività”; il mondo globale è così “un mondo di interlocutori riflessivi” [Robertson, 1992, 31], in cui ognuno si rende conto di avere solo una delle tante interpretazioni del mondo [Habermars, 1994].
Ma, indipendentemente dalla fonte materiale che origina l’etica dell’individuo (l’accettazione di un’etica condivisa o il ragionamento dettato dalla propria natura e cultura), è inevitabile che per qualunque tipo di convivenza debba esserci almeno un fondamento etico.
Si dice che con l’individualismo e il relativismo etici siamo giunti ad un mondo in cui ognuno ha le proprie idee morali e i propri valori e che questi non vanno discussi in nome dell’autonomia individuale e dell’autenticità. Da questo qualcuno deduce che la convivenza sia oramai diventata difficile perché priva di qualunque valore condiviso. Ma a questa critica si possono sollevare almeno tre obiezioni:
1) L’attribuire valore alla scelta individuale in materia morale significa riconoscere che un consenso su almeno un valore c’è ed è appunto quello sull’autonomia individuale (o autenticità), come fa notare giustamente anche C. Taylor [1991]. L’attribuzione di valore all’autonomia individuale è un caposaldo di quella scuola liberale che deriva da J. S. Mill e che ha molti esponenti tuttora e che, dal punto di vista legale, consente di limitare l’autonomia individuale solo quando questa possa recare danno ad altri (v. sul concetto di libertà e danno: Feinberg [1973]), dunque non per quanto riguarda i comportamenti etici più strettamente personali.
Questo brano di Max Charlesworth è illuminante:

Un’ulteriore conseguenza della concezione di Mill della società liberale è che è possibile avere una società in cui non esista alcun accordo sostanziale o consenso sui valori morali e religiosi fondamentali. Le società tradizionali o fondate sulla religione hanno di solito richiesto un accordo su un insieme di “valori essenziali” – appartenenti a una data religione, aderenti a particolari tabù sessuali, rispondenti a una determinata forma di vita coniugale e familiare e così via – ai quali si pensa che tutti i membri di tale società accordino approvazione e obbedienza. La società liberale asserisce invece che, almeno idealmente, I membri della società devono essere d’accordo solo sul fatto che la libertà individuale o l’autonomia costituiscano il valore supremo. In un certo senso questo è un accordo sul disaccordo: ciascuno deve tollerare la visione del mondo e il sistema di valori degli altri fintanto che non ne viene danneggiata la libertà di qualcun altro di seguire il proprio modo di vita. In tale società la diversità sociale e il pluralismo culturale non sono viste come minacce al consenso etico che si suppone costituisca il fondamento del tessuto sociale, sono invece accolti positivamente e incoraggiati, e visti come un segno di vitalità sociale [M. Charlesworth, 1993, 10].

Si dice infatti che il mondo è bello perché è vario…
La faccenda non è comunque proprio idilliaca: dobbiamo infatti metterci d’accordo comunque sulle decisioni collettive e sullo stesso concetto di autonomia (si rispetta l’autonomia della donna di abortire ma non quella del feto che nascerebbe; altre volte non si rispetta affatto l’autonomia dirigendosi verso una forma di paternalismo morale, come forse potrebbe essere il divieto di fumare droghe leggere, senza danneggiare gli altri, naturalmente). Per le controversie sul concetto, i limiti dell’autonomia e su decisioni collettive che per forza vanno prese (tipo i fondi da destinare a un servizio, le regole
e i diritti da considerare validi, ecc..) ci si rifà al secondo valore condiviso dalla maggioranza dei membri delle attuali società liberali: la democrazia. Si sente che per le regole e le decisioni che riguardano tutti l’unico modo giusto è quello di decidere tutti. Questo non significa che la democrazia venga applicata realmente, cioè che il potere sia effettivamente di tutti e non di una minoranza; quello che interessa qua è che il valore della democrazia sia condiviso.
Problemi sorgono naturalmente quando i due valori di autonomia e democrazia entrano in contrasto o quando alcune minoranze (integralisti, fondamentalisti, autoritaristi, paternalisti) negano questi due valori, soprattutto quello dell’autonomia. Ma costoro devono accettare che per le decisioni collettive tutti hanno diritto a dire la loro, e non solo chi pretende di avere la verità divina in tasca, non rendendosi conto di “non sapere” (come dice Crespi [1994]). Questo almeno fino a quando il valore della democrazia sarà condiviso.
Ma, si potrebbe obiettare che questa assomiglia di più ad una convivenza formale, che non porta ad una vera solidarietà e coesione fra i membri della società; questo mi porta alla seconda obiezione alla visione pessimistica dell’individualismo etico come disintegrazione sociale.
2) Pensare infatti che l’uomo che sceglie da solo debba per forza essere non solidale con gli altri è una teoria che non è stata mai dimostrata da assolutamente niente. Le conseguenze di tale teoria sono solitamente portate a indicare la soluzione nella società, che si incaricherebbe di scegliere per l’individuo, imponendo valori condivisi che uniscano individui altrimenti destinati alla lotta reciproca. Ho presentato l’idea di Fromm appunto per capire che si può almeno supporre che l’uomo non sia malvagio per natura e che anzi la sua vera felicità risieda negli altri. Che l’uomo è animale sociale in effetti si dice da tempo.
L’uomo che sceglie in autonomia può benissimo insomma, se ha il coraggio di rimanere libero e non fugge “ancorandosi” (Giddens,1991) a qualcosa, riuscire a trovare coesione, solidarietà e amore verso gli altri senza esserne obbligato e dunque godendo anche della propria libertà. Quello che si apprezza degli altri è in fin dei conti la loro diversità da noi. Solo per questo la comunicazione ha senso, solo perché c’è da comunicare qualcosa. Si dice a volte che fra due innamorati l’amore può finire al momento in cui non c’e più nulla da scoprire dell’altro. Quindi, se i conflitti etici non sono insanabili ( e questo è molto difficile), si può anche sperare che non sorgano particolari problemi.

3. L’ORIGINE DELL’ETICA

Per etica si può intendere l’idea che il soggetto ha del bene (valore). Questa idea (che può essere conscia o inconscia) si traduce in determinati fini (anch’essi consapevoli o meno), per il soddisfacimento dei quali si ricorre solitamente ai mezzi che il soggetto ritiene più adeguati (razionalità), che danno vita infine al comportamento. Il soggetto può essere l’individuo, lo stato o anche in senso lato la società.
L’etica ha dunque una fonte materiale, cioè colui che da cui emanano l’idea del bene, i valori e i fini ad essa collegati; ha un fondamento o fonte reale, cioè l’origine reale dei valori, il modo in cui la fonte materiale arriva a quel valore; e ha infine un contenuto, cioè i valori stessi.
In pratica, dato un valore c’è:
a) chi o cosa decide di dare validità a quel valore (fonte materiale)
b) chi o cosa ha originato quel valore (fonte reale o fondamento)
c) in cosa consiste quel valore (valore)

L’etica dell’individuo

FONTE MATERIALE Per quanto riguarda l’individuo è naturale che l’unica fonte materiale dei valori non può essere che lui stesso, o meglio quell’insieme di geni e cultura, comuni e individuali che vanno a formare la “ragione” dell’individuo.

FONTE REALE Ma è la fonte reale (il fondamento) dei valori che può cambiare: l’individuo può infatti ricavare i propri valori da:
(1) Un ragionamento, derivato da tutte le sue quattro componenti di geni e cultura, ma non dai valori della cultura esterna, che vengono per così dire ignorati.
E’ l’individuo stesso la fonte dei valori (ricordando però che l’individuo non è isolato nel mondo). Il ragionamento contiene delle premesse, dei dati, che sono tutto quello che l’uomo è e ha appreso (dunque anche le informazioni esterne, non solo quelle autoapprese), salvo i valori esterni; e giunge ad una conclusione che è formata dai valori “ragionati”. Il ragionamento non va inteso qui solo come ragionamento logico; in gioco ci sono sentimenti, passioni, spinte inconsapevoli. L’uomo è tutto: dunque anche il livello più profondo, nei meandri del cervello, non va dimenticato. Quello che importa è che è la mente umana che costituisce la premessa della conclusione che è il valore.
Se si volesse fare un paragone forse questo è simile al tipo ideale autodiretto di Riesman [1956], che sviluppa sensi di colpa se non riesce ad essere coerente con i fini autoprodotti.
Il processo del “ragionamento” è quello di un individuo limitatamente autonomo, quell’individuo che l’odierna società forse sta creando, con tutte le sue potenzialità e pericoli.
(2) Oppure può accettare i valori direttamente dalla cultura esterna, senza cioè effettuare alcun tipo di ragionamento critico.
La cultura esterna può ovviamente essere omogenea, come spesso avveniva nelle società tradizionali: allora l’individuo si limita ad accettare, consapevolmente o inconsapevolmente quegli unici valori supposti oggettivi che la società indicava.
Ma la cultura esterna può anche essere disomogenea, come accade probabilmente oggi. Siamo in una società globale, con una cultura globale ma molto molto pluralistica. Non c’è in pratica una cultura esterna; ci sono molte culture esterne. A monte l’individuo deve comunque scegliere. Anche se finisce per accettare i valori condivisi di qualche gruppo deve scegliere appunto il gruppo di riferimento (e questa è già una forma molto ridotta di ragionamento, forse).
La scelta si riduce insomma solo alla selezione dell”‘ancoraggio”, visto che questo non è più fisso: ma il risultato è sempre il rinunciare alla propria libertà, probabilmente per paura di dover effettuare delle scelte valoriali da solo e del conseguente disorientamento. Volendo continuare col paragone con Riesman [1956), si può dire che l'accettazione della cultura esterna corrisponde ai tipi ideali dell'eterodiretto e del tradizionale, con le sanzioni rispettivamente di ansietà e di `vergogna.

CONTENUTI Ma quali sono i valori dell'individuo in definitiva, indipendentemente dalla loro origine. Qualcosa l'abbiamo già accennato, qualcosa lo diremo analizzando i cambiamenti dovuti alle odierne società avanzate. Sembrerebbe più difficile con il crescente individualismo etico e la minore omogeneità sui valori (cioè con la minore accettazione degli stessi valori in tutta la società), indicare dei valori comuni oltre a quelli dell'autonomia e della democrazia, che sono in effetti i valori proprio della non omogeneità. Di questo abbiamo già parlato.
Ma non dobbiamo dimenticare che parte del materiale con cui l'individuo effettua il ragionamento sui valori, o in base al quale effettua la scelta dell'ancoraggio, è costituita dalle esperienze comuni. E queste esperienze sono oggi molto rapide e molto intense: i veloci cambiamenti tecnologici, l'inquinamento atmosferico, il lavoro che cambia ecc.. Queste esperienze, anche quando i valori vengono scelti in modo autonomo, sono comunque comuni a tutti e come tali influiscono su tutti, in modo non uguale, ma simile (rifacendosi al nucleo genetico comune). E' così che vediamo comunque un evoluzione dei valori nella società, anche se magari è difficile distinguere i valori dominanti o meno.

L'Etica dello Stato

Per etica dello stato si intende ciò che lo stato considera "bene" nella sua gestione degli affari e nella predisposizione di regole.

FONTE MATERIALE Per quanto riguarda la fonte materiale è ovvio che nel corso dei secoli questa è cambiata in modo del tutto radicale: partiti dalle monarchie assolute in cui solo il re aveva il diritto di emanare norme e regole, la fonte materiale si è pian piano spostata verso il popolo. Con qualche inevitabile sosta (dittature, totalitarismi), che anche in Italia abbiamo purtroppo notato, il popolo ha assunto sempre più potere, esercitato in modi ovviamente molto diversi (democrazia diretta, rappresentativa, corporativa), ma sempre più esercitato.

FONTE REALE La fonte reale a cui si sono affidati i governanti per decidere a quali fini mirare e quali valori seguire è stata molto varia nel tempo. Inizialmente erano molto frequenti gli stati religiosi fondati sulla rivelazione, o gli stati fondati sulla semplice tradizione. Nell'illuminismo, in cui lo stato governava in nome di una presunta ragione universale il fondamento poteva essere il ragionamento di chi decideva. Il problema è che tale ragionamento veniva applicato a tutti, compreso chi non era d'accordo. In pratica, anche supponendo che i re e gli intellettuali dell'epoca fossero autonomi nelle loro decisioni, pretendevano che il loro ragionamento fosse l'unico corretto. In realtà poi i Re anche illuminati condividano molti valori tradizionali senza metterli troppo in discussione.
Al momento in cui la fonte materiale è diventata il popolo, è iniziata una fase in cui l'etica dello stato si è sempre più avvicinata all'etica "oggettiva" della società, la "media" dell'etica dei singoli individui. Ora che i valori sono molto vari e disomogenei lo stato fatica infatti a trovare delle regole condivise da tutti {salvo i valori dell'autonomia e democrazia, solitamente condivisi) e le decisioni assomigliano più a compromessi che non accontentano nessuno.

CONTENUTI I contenuti dell'etica statale, cioè i fini che esso si prefigge, sono infatti molto variati nel tempo. Senza stare a tornare troppo indietro nel passato (in cui a volte quello che contava era semplicemente l'ordine interno e la potenza esterna) basta tornare indietro di qualche anno per vedere già enormi cambiamenti. Dal 1800, con la rivoluzione industriale, lo stato si è sempre di più posto come fine la maggiore produzione di beni e di servizi, tradotto in termini a noi noti, il maggior PIL possibile (o al massimo il maggior PIL Pro-capite). E. F. Schumacher [1973] fa notare come il fine dell’economia moderna sia stato (e in gran parte continua ad essere) il massimo consumo, e i mezzi il lavoro, la terra, il capitale. Al contrario di come potrebbe pensare un economista buddista non ancora corrotto dalla società moderna, per il quale il fine sarebbe il massimo benessere umano e i mezzi sarebbero il consumo di beni e fatica. Ognuno dei due adotterà poi la medesima razionalità nello stabilire il minimo impiego di mezzi per il raggiungimento del fine. Peccato che il fine sia molto diverso. Un comportamento teso a produrre prodotti che si rompono in fretta, verrà ben visto dalle economie moderne e malvisto dalle ideali economie buddiste.
Questo discorso ovviamente è collegato con i finì individuali e sociali. Dove predominano i valori materialisti lo stato e l’economia tenderanno di più ad essere tipo quelli moderni descritti da Schumacher. E non è detto che il comportamento dello stato e dell’economia siano solo l’effetto del sentire individuale e sociale; possono anche esserne la causa, instaurando un circolo vizioso. Quello che va tenuto presente è che la massima produzione è solo uno dei fini che lo stato si può prefiggere e che non va certo considerato scontato come qualcuno vorrebbe far credere (è tra l’altro a ben vedere un valore senza senso, se viene visto conte fine in sé e non come mezzo di qualcos’altro).
Ricordo ancora l’importanza assunta negli ultimi anni dal valore dell’autonomia individuale come contenuto etico, che vorrebbe rendere lo stato estraneo ai problemi legati alla sfera individuale, abbandonando in gran parte il paternalismo, ma che purtroppo non lo può rendere estraneo alle decisioni collettive, dove il grande pluralismo di valori crea grandi difficoltà. Come rispondere ai problemi che si pongono, come per esempio l’inquinamento, che riguarda tutti, ma che ognuno interpreta in modo diverso? L’individualismo etico, o il particolarismo etico (una pluralità di minoranze i cui membri accettano i valori da esse condivisi passivamente), portano inevitabilmente a difficoltà per mettersi d’accordo sulla sfera pubblica.
In passato, giusti o sbagliati che fossero, i valori guida dello stato erano pochi e condivisi. Al massimo si potevano creare due grandi minoranze (come capitalisti e proletari) che, non lasciando spazio all’autonomia reale dei singoli individui, decidendo cioè per loro, creavano due fazioni che dialogavano poi molto semplicemente a livello delle istituzioni. Oggi queste minoranze sono talmente numerose che lo stato non ci capisce letteralmente più niente e non riesce più a rispondere alle reali esigenze di tutti. Figuriamoci se le “minoranze” si volessero considerare addirittura composte da ogni singolo individuo, come vorrebbe l’individualismo etico! Non è un problema drammatico: si tratta di individuare delle proposte e di far decidere la maggioranza, tentando allo stesso tempo di non scontentare le minoranze, arrivando inevitabilmente a situazioni di compromesso.

L’Etica della Società

Non mi soffermo su questo aspetto perché quella che chiamo etica della società consiste semplicemente in quei valori condivisi della cultura esterna. Per questo, se prima era facile parlare di una etica della società, oggi questa è più sfumata e forse dovremmo parlare di più etiche della società. I valori condivisi a livello dell’intera società sono pochi e molto sfumati, non ben delineati. Ho parlato della democrazia e dell’autonomia individuale (vedi sotto), ma anche questi non sono troppo definiti.
Il resto dei valori è tutt’altro che condiviso e appartiene solo a singole minoranze (gruppi) o addirittura a singoli individui. Comunque parlando di etica dell’individuo in generale si parla in effetti di etica della società (che non è formata altro che da individui) e dunque la trattazione è svolta per Io più in altra sede.

Nota: L’autonomia dell’individuo

Mi preme puntualizzare che parlando di autonomia dell’individuo si intendono a seconda del contesto due cose diverse:
(1) Autonomia dell’individuo in senso formale significa che l’individuo è libero di effettuare le proprie scelte dall’invadenza degli altri o dello stato. E’ libero dalla coercizione insomma, ma non dalle mode, dal conformismo o particolarismo volontariamente scelti.
(2) Autonomia dell’individuo in senso reale significa dire che l’individuo è libero anche in senso reale, cioè effettua quel ragionamento di cui parlavo sopra. Il ragionamento autonomo, ignorando i valori condivisi, è la fonte reale dei valori.
N.B. Tutto questo vale anche per la democrazia.

In un altro senso si può distinguere fra autonomia:
(1) Come valore in sé. Essere liberi è buono in sé, indipendentemente da ciò che può provocare, e cioè decisioni giuste o sbagliate. In pratica ciò potrebbe essere espresso dalla frase: “Ti lascio libero perché la libertà è bella”.
(2) Come mezzo per raggiungere decisioni etiche giuste per l’individuo. La frase adesso è: “Io ti lascio libero perché solo così farai ciò che è giusto per te”.
N.B. Anche questo vale per la democrazia.

Nella società di oggi è riconosciuto un generico valore di autonomia, ma probabilmente ancora troppo in senso formale. L’autonomia reale viene condivisa a livello conscio, ma spesso non molto a livello inconscio.

4. I CAMBIAMENTI DELLE SOCIETÀ AVANZATE

Vediamo ora di esplicitare meglio quello che già si è detto in riferimento ai cambiamenti nelle società avanzate. Quello che è certo è che negli ultimi anni assistiamo a modificazioni dell’ambiente naturale e sociale, nonché dell’economia, della cultura, della tecnologia ecc.. con una rapidità precedentemente impensabile.

I cambiamenti politici

Dal punto di vista politico, come abbiamo già visto le novità sono state enormi. L’individuo gode di un’autonomia formale sempre maggiore, anche se si potrebbe dubitare che questo corrisponda anche ad una maggiore autonomia reale. Il potere infatti non avviene più a livello conscio, con la coercizione, ma forse a livello inconscio. O meglio non avviene più impedendo il compimento di una scelta dell’individuo, ma tentando di inserirsi al livello della scelta. Prima ci si limitava a controllare individui che sceglievano poco, perché quasi vincolati dalle norme etiche cristallizzate e da vite già “predestinate” dalla famiglia; chi malauguratamente sgarrava veniva punito. Adesso si devono controllare individui che inevitabilmente devono scegliere e sentono che non possono farne a meno: è così allora che si tenta di influenzare l’individuo prima della scelta, in modo cioè da indirizzare la sua scelta supposta autonoma in una certa direzione. Ci si rende conto da questo che il concetto di autonomia individuale è molto sfumato, come quell’altro in crescita, di democrazia. Non si capisce mai dove è vera autonomia (o democrazia e dove invece è vincolo. Da notare è che sono aumentate nelle società moderne:

l) La libertà formale
2) Le possibilità di libertà reale

I cambiamenti tecnologici

Sono questi i cambiamenti più appariscenti della moderna società; quelli più visibili, più amati, più odiati, più discussi e più divulgati. E’ difficile parlare della tecnologia senza darne un giudizio.
Il mio parere, non isolato, è che la tecnologia è solo uno strumento; come tale ci può aiutare, così come ci può distruggere: quello che bisogna capire è che non è colpa della tecnologia se noi la usiamo male o in certi casi se la usiamo al posto di sfasciarla. La conoscenza non è né buona né cattiva. E’ il modo di usarla, visti i fini che ci proponiamo, che può essere buono o cattivo in relazione a quei finì. La bomba atomica non è cattiva in sé: è cattiva se decidiamo di sganciarla da qualche parte, non se rimane su un pezzo di carta. Addirittura può essere buona per chi ha come fine nella vita di distruggere tutto o di comandare (parlo per assurdo..).
Certo, questa concezione si scontra con la realtà che l’essere umano ha sempre avuto la tendenza ad usare nel modo più “clamoroso” tutte le scoperte tecniche che ha creato. Ma è pur sempre un vizio dell’uomo (probabilmente neanche necessario), non certo un male insito nella tecnologia.

La cultura globale

Quali sono comunque gli effetti che la tecnologia produce effettivamente (dopo le scelte già compiute, dunque) nella società di oggi? Non mi posso certo dilungare su questo; ci si potrebbero scrivere molti libri: biotecnologie, macchine industriali, sistemi di calcolo, nuove forme di energia….
Quello che ci interessa ai nostri tini è soprattutto il cambiamento enorme che è avvenuto nelle comunicazioni, cioè nei trasporti, radio, tv, telefono, reti telematiche e via dicendo.
Tutte queste novità tecniche, unite alle novità politiche hanno creato quella cultura globale di cui oramai si parla praticamente dappertutto. Le persone, i prodotti, le idee, i valori, le religioni, le ideologie ecc.. si spostano oramai da una parte all’altra del mondo in pochi istanti. Chi più, chi meno, tutti entrano in contatto con società e individui completamente differenti.

Disorientamento dell’individuo

Questo cosa provoca? Ovviamente non può che provocare una crescente consapevolezza del relativismo della propria cultura individuale e sociale. L’identità non è più ancorata a qualcosa; non sappiamo più chi siamo; soprattutto non sappiamo più cosa è giusto e cosa non lo è; non sappiamo come comportarci e quale strada seguire; Non sappiamo più a chi dare ragione o quali informazioni selezionare nell’oceano di dati che abbiamo la possibilità di visionare (non potendo certo sapere tutto) ecc.. Tutto questo porta inevitabilmente ad un notevole disorientamento.
Melucci [1994] sintetizza in tre punti gli aspetti che, nelle società moderne avanzate con la loro conseguente libertà, riguardano direttamente l’individuo:

l) Differenziazione dei campi di esperienza. Oggi ricopriamo vari ruoli, apparteniamo a vari gruppi, associazioni, istituzioni. Una persona può essere nello stesso momento padre, insegnante, giocatore dilettante, membro del comitato difesa consumatori ecc.. Ogni ambiente ha le sue regole e i suoi valori. L’individuo non ha un solo riferimento ma tanti riferimenti.
Il problema non è solo di conciliare diversi ambienti diversi, quanto di scegliere questi ambienti. La maggior parte dei campi di esperienza sono scelti: il problema è dunque che raramente abbiamo una vera autonomia da scegliere “liberamente’ in quali campi inserirci. E una volta dentro, il rischio è di ancorarsi ai valori condivisi dal gruppo non criticamente, entrando dunque anche in contrasto con i valori di un altro gruppo a cui si appartiene contemporaneamente.

2 Variabilità. Un altro fattore che può disorientare è l’estrema variabilità nel tempo del contesto sociale-naturale. Come detto, i cambiamenti moderni avvengono a rapidità impressionante e l’individuo non ha tempo di riadattare i propri modelli di comportamento alle nuove situazioni. Basti pensare alle novità nel campo delle Biotecnologie. La recente notizia che è già possibile tecnicamente clonare un essere umano (nonostante non fosse una cosa del tutto imprevedibile, come prevedevano ad esempio Asimov [1982] e P. Angela [1972], ha sconvolto molte persone. Secondo me, questo sconcerto non è certo dovuto alla drammaticità intrinseca della notizia. In fin dei conti non so quanti avrebbero il desiderio di farsi clonare (Asimov [1972] pensava che il fenomeno sarebbe stato, dopo una breve eccitazione iniziale, di breve durata). Inoltre, visto che le critiche che vengono rivolte alla donazione sono quelle di non scherzare con la vita umana, perché solo Dio dà e toglie la vita, penso che questo sia in contraddizione con l’accettazione, da parte di molti “anticlonatori”, dell’aborto, che non è altro che un’eliminazione di una persona potenziale. Non voglio dare nessun giudizio morale su donazione o aborto, né approfondire il problema sulla clonazione che probabilmente ha molti contro che non sto considerando. Voglio solo mettere in luce come il rifiuto indiscriminato di certe pratiche sia enormemente facilitato dall’enorme novità negli schemi mentali che queste portano. Le biotecnologie, l’elettronica, le comunicazioni si sono evolute tanto rapidamente che non abbiamo avuto il tempo di adattarci. Anche a livello politico subiamo questo problema: si continua spesso a ragionare con vecchi schemi mentali (forse parzialmente ancora validi), spesso senza capire che la società cambia [cfr. P. Angela 1977].

3) Eccedenza delle possibilità di scelta. Abbiamo ripetuto più volte che il destino dell’uomo moderno è quello di scegliere: può essere una scelta autonoma o influenzata, può essere verso la sicurezza o il rischio, può essere dei valori o del gruppo da cui prendere i valori. Ma dobbiamo scegliere. Fuggire dalla scelta è una scelta.
Siamo in una società globale ma molto disomogenea (al contrario delle società più ristrette ma ritolto omogenee del passato). Nessuno ci impone oramai valori e modelli di comportamenti uguali a tutti. La nostra vita non è decisa in partenza dal lavoro dei nostri genitori o dalla società in cui viviamo. I gruppi di appartenenza li scegliamo noi. E riflettiamo più di prima sulle nostre scelte perché sappiamo che non sono obbligate. Mai come oggi ci siamo affannati così tanto a cercare la nostra vocazione, l’amore perfetto, il luogo ideale in cui vivere, le nostre idee. Tutto questo prima non era neanche possibile e il disorientamento era dunque sicuramente minore; il rimorso di poter sempre sbagliare non esisteva perché la strada non era costellata di bivi, era quasi obbligata.
Adesso aumentano i divorzi, i rimpianti di chi ha buttato via la propria vita. Aumentano le speranze e le delusioni. Il futuro individuale e collettivo dipende da noi e ne sentiamo la responsabilità. Questo può essere positivo, ma pesa.

La fuga

L’individuo può reggere a questo peso così come può decidere di limitare le proprie scelte, di limitare il proprio disorientamento facendo in modo che gli altri decidano per lui. E allora la scelta si riduce alla scelta dell’autorità che ti imporrà i valori, come un padre che ti dà sicurezza dicendoti cosa devi fare.
Dopo il momento della scelta non c e più il problema di riorganizzare continuamente le proprie norme e modelli di comportamento. L’unico inconveniente è, come accennato, quando le “autorità” scelte sono tante, il che può creare contrasti fra esse. Non si può aderire passivamente ad una setta religiosa e nello stesso tempo ad un partito politico senza che sorgano spesso contrasti fra quello che dice uno e quello che dice l’altro.
I meccanismi di fuga possono essere:

Più comuni attualmente

a) CONFORMISMO
b) PARTICOLARISMO
c) FONDAMENTALISMO
d) DOGMATISMO (anche scientifico..)
e)INTEGRALISMO

Più comuni in passato

f) AUTORITARISMO
g) TRADIZIONALISMO
h) TOTALITARISMO

Tutti questi meccanismi costituiscono un ancoraggio per l’individuo, per un individuo che ha le possibilità di scegliere, non che non le ha (il figlio che seguiva la professione del padre era spesso obbligato a fare questo dalle circostanze). E’ una “Fuga dalla libertà’ (riprendendo il titolo di un’opera di Fromm [1946]), non una semplice mancanza di libertà.

L’individuo può naturalmente evitare la fuga, scegliendo con quel “ragionamento” (meglio riflessione, visto che porta dietro anche tutti i sentimenti ecc..) che lo rende relativamente autonomo, di cui abbiamo già parlato.

Evoluzione nei valori

Una domanda a cui non abbiamo risposto, che richiederebbe sicuramente molte altre pagine, è: qual è l’evoluzione dei valori, indipendentemente dal modo in cui essi si producono nella mente degli individui? Quali sono insomma i valori prevalenti e come sono cambiati?
Ho già parlato numerose volte della crescita dei valori dell’autonomia individuale e della democrazia. E poi?
Sta calando il rispetto della vita? (Aborto, eutanasia). E’ una domanda a cui è molto difficile rispondere: ci si preoccupa sempre di più infatti del rispetto della vita in corso e della sua qualità, ma forse un po’ meno della vita che nasce o che può morire (aborto, eutanasia). Molti hanno evidenziato che il rispetto della vita è effettivamente in calo, ma non so proprio se essere d’accordo o meno. Forse sì, ma forse anche no.
Vera è invece, secondo me, l’analisi di chi vede nell’epoca contemporanea un passaggio da valori materialisti a valori post-materialisti, come R. Ingleharth [1990]. In effetti si sta forse abbandonando pian piano la ricerca del benessere materiale come fine in sé, preoccupandoci invece maggiormente della qualità della vita umana. Il possesso di un maggior numero di beni possibile ha sempre meno senso se questo non è volto al fine della qualità della vita e della realizzazione personale. Crescono così gli appelli verso un pianeta più pulito, verso città più vivibili, verso ritmi di lavoro meno stressanti ecc..
Sarebbe da dire tanto ma non posso soffermarmi troppo a lungo su questi problemi.

Un esempio: l’aborto

Nel caso dell’aborto ad esempio ci sono in gioco vari valori che possono influire sulla posizione dell’individuo in merito al problema.
Ge la prima questione: si deve rispettare il diritto del feto di nascere? E bisogna difendere solo il diritto del feto o già della cellula uovo concepita, che senza intoppi (aborto compreso), diventerà feto e poi uomo?
Bisogna rispettare il diritto della donna o di altri di scegliere se abortire o meno, indipendentemente da ciò che si pensa noi? Oppure bisogna permettere di far decidere a tutti come regolare l’argomento?
Bisogna pensare ai diritti dei singoli individui o solo cercare di limitare il numero degli aborti o semplicemente il numero degli aborti clandestini? Bisogna dare al medico la possibilità di opporsi a eseguire lui ciò che è stato deciso dalla donna dopo che gli è stato permesso di decidere a livello collettivo?
Possiamo interromperci perché non sì finirebbe mai: ogni singola posizione ha in gioco tutti questi valori (o posizioni, come si preferisce); si può essere d’accordo o meno su ogni singolo aspetto e si possono situare i valori in un diverso ordine di preferenza, da cui vengono fuori posizioni totalmente diverse sull’aborto in generale. Sposso accettando un valore se ne contrasta un altro con cui si è d’accorso in un conflitto insanabile (se si è democratici e si vuole difendere il diritto del feto, e il popolo decide di non rispettare il diritto del feto, come si fa?). Solitamente vediamo che il valore della democrazia è condiviso da molti e spessissimo in “pole position” rispetto agli altri. Segue l’autonomia individuale, meno spesso. Gli altri valori devono dunque inevitabilmente fare a pugni con questi primi due, ma forse è l’unico modo perché ci sia una convivenza. Cosa succederebbe se gli anti-abortisti decidessero di non rispettare la decisione del popolo o della donna che abortisce. Sarebbe forse il caos.

VALORI IN GIOCO:

AUTONOMIA DONNA (anche del padre? Del medico?)
DIRITTO FETO (già feto oppure futuro feto?)
DEMOCRAZIA
LIMITAZIONE CLANDESTINITA’

Il quarto potere

A volte mi capita di sentire la radio. Ascolto per esempio Radiouno spesso quando mi capita di essere in macchina per vari motivi. Avendo una radio degna di un museo non mi è possibile in realtà sentire una qualunque radio fm, e quindi la scelta è obbligata. E sulle onde medie, si sa, c’è poco altro. L’ascolto di qualche trasmissione ben fatta (zapping per esempio) mi ha fatto riflettere molto. Mi sono reso conto infatti come i toni della radio siano diversi da quelli della tv e ancor di più della carta stampata. Chiunque intervenga (conduttori, ospiti, telefonate degli ascoltatori), la radio è effettivamente un luogo in cui si discute. Non esiste uno spettacolo, un look, un modo di presentare le cose. Chi parla viene giudicato solo in base a ciò che dice. E così trovano spazio ancora delle caratteristiche che l’informazione e il dibattito moderno ha perso su altri media: la critica, la pacatezza, la tolleranza, la visione larga delle cose, l’ampiezza degli orizzonti. La mia sarà una polemica (sterile ovviamente, se potessi risolvere qualcosa probalbilmente non starei a scrivere qui..) su tutto il mondo dell’informazione nella nostra civiltà. Si dice quarto potere, come recitava anche il famoso film di Orson Welles…e mai definizione risulta più azzeccata. E’ un potere fortissimo, in grado di condizionare enormemente la vita delle persone, e spesso (al contrario di quanto comunemente si crede) non ha una contrapposizione destra-sinistra (categorie di cui personalmente discuto la reale esistenza), quanto una contrapposizione standard-eretico. Tutta l’informazione si regge sui commenti in modo standard e conformista di ogni fatto. E vengono presentati gli avvenimenti a suffragio del modo di vedere comune e, ovviamante, tutti quei fatti in grado di creare la notizia. Si vede come l’informazione segue le mode più dell’abbigliamento: l’importanza dei vari problemi, e il modo con cui questo vengono valutati vanno a formare lo standard di cui parlavo. Il motivo per cui i giornalisti fanno così è ovvio: 1) Per un giornalista è molto più facile essere conformista e non eretico. 2) Bisogna creare le notizie, per vendere di più, e a volte per distogliere l’interesse da altre cose. Mi capita a volte, sia in radio, che alla tv, che sui giornali, di sentire le opinioni degli ascoltatori. Rimango sempre stupito, e a volte sconvolto, da sentire come le cose più originali e intelligenti le dicano prorpio loro. Rifletto un secondo..e capisco che è così solo perchè ragionavano, discostandosi dunque un pò dal pensare conformista e “ufficiale”. Se ci si pensa nel mondo dell’informazione ogni cosa deve essere vista nel solito modo benpensante: è giusto fare così, è sbagliato fare colà…. Si badi: la vendita delle notizie (tg, giornali, in misura minore internet e radio) è la molla principale….molto più della politica. E chiarisco anche un altro punto: nulla viene censurato. Chiunque può capire che la censura non è il modo migliore per offuscare una notizia (principio della reattanza psicologica). Le notizie invece vengono screditate, generalmente facendole apparire come poco importanti (trafiletti, ecc). Farò alcuni esempio che chiariscono questo fatto. Pensiamo ai noti problemi della mucca pazza, dell’ectasy, della lira pesante, della pedofilia, della sicurezza sui treni, del federalismo, ecc. In questo momento non me ne vengono in mente altri..ma ce ne sono a centinaia di esempi come questi. Ora…nessuno può negare che questi siano problemi: indubbiamante lo sono. Ma ora mi domando: perché, pur essendo problemi costanti, in alcuni periodi sono i problemi più importanti del mondo e in altri non esistono? E’ chiara la risposta: in quel momento quella notizia, o quel problema, va di moda. Prima parlavo di potere: bene chiedetevi come ha reagito la gente quando si parlava di mucca pazza. O di pedofilia. O della sicurezza dei treni. 0ppure ora degli aerei. L’informazione riesce a creare panico su problemi sempre esistiti. Nel caso della mucca pazza, nemmeno nulla è stato dimostrato…pensate voi. Se avete ancora qualche dubbio pensate ai sassi in autostrada. In questo caso l’informazione è riuscita addirittura a creare un problema, per via dell’emulazione…. A proposito della mucca pazza. Pensate al caso del virus Hiv. Non so se tutti sanno che nessuno, dico nessuno, ha mai dimostrato che il virus Hiv provoca l’AIDS. Chi ha qualche dubbio si legga il libro di Peter Duesberg “Aids: il virus inventato”. Io non so cosa sia vero o meno…non ho la verità in tasca. Ma leggete il libro e sarete convinti che con molte probabilità il virus hiv potrebbe non essere la causa dell’AIDS. Bene…si parla mai di questo? Si affronta mai seriamante un dibattito scientifico su queste cose? Ovviamente no..preoccupati come siamo a fare la propaganda….e quandi hanno spazio solo cose come “usate il profilattico” “insegniamo nelle scuole a proteggersi nel rapporto sessuale” ecc..ecc… Mai nelle scuole però viene insegnato (nei fatti..perchè a paole son buoni tutti) a sviluppare un pò di senso critico, e una vera tolleranza verso usi, idee e costumi diversi. La vera civiltà sta nel dubbio e nell’accettazione del diverso. Chi non ha imparato questo non potrà mai diventare un vero cittadino. Riflettiamoci solo un pò….

Il passato di indipenDEA

Ecco come iniziò IndipenDEA, nel dicembre del 1999. Era ancora il vecchio secolo….ed era ancora il vecchio IndipenDEA. A titolo di curiosità, ecco di cosa si discuteva allora.

Intanto il “Manifesto”, di Andrea e Stefano

  • Un’organizzazione completamente nuova, priva di segreteria e presidente, costituita da comitati “liberi”, nel senso di potersi organizzare liberamente all’interno della propria realtà locale. All’interno di ogni comitato viene eletto un rappresentante che tiene i contatti con gli altri comitati e partecipa alle conventions nazionali.
  • Sarà presente solo un comitato centrale con compiti non di indirizzo ma di coordinamento.
  • Le decisioni riguardanti tutti i comitati vengono prese tramite meccanismi di democrazia diretta.
  • Essendo un movimento privo di copertura finanziaria il mezzo di contatto tra i vari comitati sarà principalmente internet.

Poi le basi del movimento

Fine del movimento
Il bene di tutti, cioè la massima felicità collettiva.

Principi fondamentali

Libertà e indipendenza
Garantire la massima libertà possibile, nel rispetto del fine supremo e dei diritti fondamentali. Dunque meno leggi, meno vincoli, ecc.., se questi sono un ostacolo alla felicità di tutti.
La libertà soprattutto delle idee, una libertà non solo formale e libera dalle coercizioni, ma anche sostanziale, libera cioè da tutti i pregiudizi e condizionamenti del mondo moderno. In una società oramai in cui viene proposta una valanga di informazioni, valori e modelli di comportamento, bisogna preservare un uomo critico , indipendente e umano, cioè rispettoso verso gli altri, per scelta e non per coercizione.
Per questo il movimento stesso è aperto a tutti coloro che si sentano indipendenti o aspirino ad esserlo, nel rispetto di alcuni principi fondamentali qui elencati, che sono fondamentalmente principi di libertà

Innovazione – Idee
Spazio alle nuove idee, perché di nuove idee abbiamo bisogno, e di cambiamenti. Moltissime persone, soprattutto giovani, si allontanano dalla politica perché essa viene vista oramai inutile, vuota e fine a stessa. La politica è considerata come qualcosa di statico, immobile, irrilevante, e a volte proprio disgustosa. Questo non è un difetto della politica, ma solo di quella che c’è adesso. Se vogliamo cambiare, possiamo cambiare. Si potrà discutere sulle soluzioni; l’importante è la volontà di cercare queste soluzioni. Questo è importante: la volontà di risolvere, e di scontrarsi sulle idee, non sulle appartenenze di partito. Ognuno ha la sua idea sulla risoluzione di un problema; l’importante è che ci sia la volontà di agire per il bene comune, e non solo per il proprio tornaconto.

Uguaglianza
L’uguaglianza di trattamento deve essere vista sotto un punto di vista soprattutto meritocratico.

Democrazia
Questo è un principio base, che sembra scontato ma non lo è. Apprezzo il contributo di Igor, perchè mette in luce in più punti quale debba essere la vera democrazia: partecipazione dei cittadini, voto mediante referendum su questioni fondamentali; in tre parole: potere al popolo, e non ai suoi “rappresentanti”, che dovrebbero avere solo il compito di interpretare proprio il volere dei cittadini. Quanto siamo lontani da questo…..

Poi i punti programmatici

Lavoro
Fare di tutto perché tutti abbiano un lavoro non alienante e utile. Bisogna ricordare che il lavoro nobilita l’uomo solo se è un mezzo di realizzazione personale, e bisogna fare in modo che possa essere davvero un’esperienza positiva. Per questo molta importanza hanno le informazioni e gli uffici di orientamento, ben organizzati, che possano facilitare l’ incontro tra domanda e offerta di lavoro, e possano aiutare nella ricerca della propria vocazione.
Scoraggiare (mediante super-tassazione) l’uso di straordinari, e incoraggiare l’adozione di orari flessibili, in cui un orario maggiore venga bilanciato da un orario ridotto in altri periodi. Incoraggiare lavori part-time, a tempo determinato e interinali. Rendere più flessibili licenziamenti e assunzioni, per rendere meno rigido il mercato del lavoro, e per incentivare criteri di selezione su base meritocratica.

Ruolo dello stato e principio di sussidiarietà
Lo stato deve occuparsi di tutto ciò che il privato non può garantire per niente o che riesce a garantire solo in modo insoddisfacente. Dunque sanità, scuola, trasporti pubblici nelle linee meno frequentate, difesa, assistenza. Anche in questi settori si può comunque affiancare alla gestione pubblica una gestione privata, che gli faccia concorrenza.

Servizi pubblici e pubblica amministrazione
Riorganizzare i servizi pubblici. Semplificare le procedure e renderle più comprensibili all’utente. Ammodernare le strutture.

Ricerca
Investire più in ricerca scientifica, necessaria per un paese che voglia salvaguardare le proprie risorse e il proprio ambiente.

Trasporti
Incoraggiare in tutti i modi l’uso dei mezzi pubblici e scoraggiare l’uso di motorini e soprattutto di auto. Fare ricerca (finanziata pubblicamente) sui carburanti puliti e sul risparmio energetico.

Istruzione – Educazione
Rendere alla scuola la sua vera finalità, cioè educazione, e non formazione professionale, per cui esistono, o dovrebbero esistere, corsi o pratica diretta sul lavoro. A tal fine bisogna cambiare i corsi di studio e i programmi. Vanno introdotte come materie vere, cioè effettivamente svolte, l’educazione civica, la filosofia e la psicologia.
Al termine degli studi medi-superiori, istituire un servizio civile, sostitutivo di quello attuale, obbligatorio per tutti (uomini e donne), con finalità formative.

Famiglia

Aiuti alle famiglie in fase di cura dei figli, dando parità nel sostegno dei bambini a marito e moglie.

Televisione pubblica
La tv pubblica deve avere una funzione di servizio ed educativa. L’auditel (visti i suoi effetti perversi) non deve essere più utilizzato come strumento di misurazione dell’indice di gradimento di un programma. La pubblicità deve essere ridotta al minimo e non deve essere inserita all’interno dei programmi. Divieto assoluto di trasmettere programmi di basso rilievo culturale, diseducativi, basati sulla pubblicità.

Facciamo attenzione

L’importante è continuare a vivere. Se tutto questo ci ferma allora lo scopo degli attentatori sarà quasi completamente realizzato. Di fronte ad una tragedia come questa abbiamo il dovere di fare in modo che non accada di peggio. Scrivevo un commento sulla ryanair poco tempo fa dicendo che i prezzi dei voli erano molto convenienti. Bene, guardate in questi giorni…Torino-Londra a lire 7.500+tasse. Treni con 3 ore di ritardo, caos economico ecc.. Gli effetti della tragedia sono talmente pesanti che stanno diventando una seconda tragedia, perchè molte delle nostre vite saranno influenzate a lungo da quello che è successo l’11 settembre. C’è comunque ancora una cosa che era nello scopo degli attentatori e che non è stato ancora raggiunto. Quella cioè di scatenare una guerra. Una guerra che mandi la nostra civiltà completamente nello scompiglio. Bisogna stare molto attenti. Gli attentati terroristici sono stati gravissimi. Ma non sono una guerra. Il nostro dovere è fare in modo di non entrare in nessun modo nella guerra, altrimenti la tragedia diventerebbe un’immane tragedia, facendo scivolare tutto il mondo nell’odio e nel terrore. Ad attentati terroristici dobbiamo rispondere come ci si aspetti da pesi civili: polizia internazionale, servizi segreti; colpire i colpevoli, con tutte le difficoltà. Ma mia e poi mai colpire uno stato o una comunità religiosa intera, perchè questo sarebbe un comportamento che porterebbe veramente ad una guerra. E soprattutto significherebbe solo essere diventati molto peggiori dei terroristi