Referendum 12-13 giugno: due NO per l’acqua, un SI e un altro NO

Rubinetto AcquaDopo aver scritto sull’inadeguatezza del referendum abrogativo, mi dilungo un attimo sul merito di questi quattro referendum del 12-13 giugno 2011.
Innanzitutto ripeto che è necessario andare a votare. Non solo perché, come ho già scritto precedentemente, la strategia dell’astensione è  a mio avviso moralmente, politicamente  e democraticamente inaccettabile, ma anche perché sarei pronto a scommettere che il quorum verrà abbondantemente raggiunto, ed è quindi molto importante che chi voglia votare NO a qualcuno dei quattro quesiti vada a votare, senza cadere nell’ingenuità che il quorum non venga raggiunto. Si parla infatti moltissimo di questo referendum, e non vedo veramente come non si possa arrivare al 50% dei voti. Supereremo abbondantemente il quorum.

Personalmente sono per due NO sui quesiti sull’acqua/servizi pubblici locali, un SI per il quesito sul legittimo impedimento e per quanto riguarda il quesito sul nucleare penso che sia un quesito totalmente falsato dalle ultime vicende, per cui il voto su quel quesito non sortirà effetti in nessun caso. Voterò probabilmente NO.
Ma andiamo con ordine.

I due quesiti sull’acqua, che per semplicità tratterò congiuntamente, riguardano l’affidamento dei servizi pubblici locali (compreso quello idrico) a privati o a società miste pubblico privato e la remunerazione del capitale investito.
In pratica votando SI a entrambi i referendum la gestione dei servizi pubblici locali (acqua compresa) dovrà tornare completamente in mano pubblica e non sarà possibile una remunerazione dell’investimento.
Come mai sono per il NO a entrambi i referendum? Intanto ricordo che l’acqua è un bene demaniale, pubblico, e tale resterà. Quindi in discussione è solo la modalità di gestione.
Poi ricordo anche come gli acquedotti colabrodo che abbiamo fanno perdere alla collettività milioni di litri di acqua, e che questi acquedotti sono stati quasi sempre in mano esclusivamente pubblica, e si sa come funzioni la gestione pubblica: salvo casi virtuosi è sinonimo di inefficienza.
Ora con questo non voglio dire che il privato riesca a fare di meglio, ma dato che la normativa attuale prevede delle gare di affidamento dei servizi a privati o a società miste pubblico/privato (è sufficiente che almeno il 40% sia in mano ai privati, quindi non necessariamente la maggioranza) la gara può anche far sì che il servizio resti in mano sostanzialmente pubblica se la società a maggioranza pubblica fosse più efficiente di quella privata. Non sono rari negli ultimi anni i casi di società private, anche nella raccolta di rifiuti urbani, che sono state sostituite da società miste, proprio perché non funzionavano. Questo è sinonimo di maggiore trasparenza.
Chiaramente il quesito sulla remunerazione dell’acqua è ancora più importante. Impedire infatti ai privati di poter remunerare il capitale investito significa togliere loro la linfa per poter effettuare l’attività. Questa linfa viene spesso criticata con l’argomentazione che sull’acqua non si debba lucrare, perchè è un bene necessario. Questo modo di ragionare dimentica sostanzialmente che l’acqua non è un bene gratuito, che la gestione del servizio idrico ha un costo, spesso elevato, e che ciò che i privati guadagnano con le tariffe (che sono comunque sempre imposte dall’autorità pubblica), si tradurrebbe, in caso di gestione pubblica, in maggiori tasse. Per dirla in due parole, il costo di gestione c’è, e questi soldi vanno raccolti in qualche modo, o con le tariffe o con le tasse/imposte.
Ma, mi dirà qualcuno, almeno il pubblico non ha bisogno di raccogliere un profitto. Rispondo subito. Il privato, pur lucrando su un profitto, ha tutto l’interesse a far si che i costi di gestione siano ridotti: e conseguenza di ciò è che, anche con un profitto, il prezzo non sarà più alto che nella gestione pubblica. Il privato non si può permettere di tenere acquedotti in pessimo stato e buttare via un sacco d’acqua che si può rivendere. Non si può permettere nemmeno, come dice qualcuno, di tendere a vendere una marea d’acqua, proprio perché per far questo dovrebbe tenere i prezzi talmente bassi da rendere conveniente per i consumatori l’utilizzo di parecchia acqua. Quindi delle due l’una: o i prezzi sono alti (e allora il consumatore utilizzerà meno acqua), o i prezzi saranno bassi, e allora se ne consumerà di più, ma a prezzi vantaggiosi. Il prezzo (che ricordo ancora è comunque imposto dall’autorità pubblica) comunque si riequilibra, tenendo anche presente che non tutta l’acqua che noi utilizziamo è “necessaria”, ma che gran parte di essa è utilizzata per scopi voluttuari (per esempio per lavare la macchina); questa gran parte è a domanda molto elastica, cioè molto influenzata dal prezzo: tanto per intenderci se l’acqua costa tanto, la bevo, mi ci lavo, ma non ci lavo la macchina.
Il privato ha dunque, per riassumere, tutto l’interesse a ridurre i costi di gestione, eliminando le inefficienze (come gli acquedotti bucati), mentre non ha sostanzialmente l’interesse ad aumentare troppo il prezzo.
Per queste ragioni ai due referendum sull’acqua voterò NO.

Poche parole sul legittimo impedimento. Voterò SI, perché ritengo che nessuno possa sottrarsi a processi solo perché ha presunte funzioni pubbliche. Quest’ultime infatti sono quasi sempre rimandabili. Non è un referendum importante perché già la Corte Costituzionale ha attribuito ai giudici la facoltà di negare il legittimo impedimento. Ma comunque votando SI si rende ancora più forte questa negazione.

Sul nucleare ritengo che non sia questo il momento per prendere decisioni del genere (dopo Fukushima e in attesa di ulteriore ricerca sul nucleare),. Inoltre si va a votare sull’abrogazione di due commi di una nuova legge che sostanzialmente recepiscono il senso di quello che era il vecchio referendum sul nucleare. Il governo, tentando di impedire il referendum, ha creato un pasticcio. Ha recepito quasi del tutto il senso del referendum, dicendo in questi due commi che per ora è sospesa ogni localizzazione di centrali nucleari in attesa di una ridefinizione a livello europeo e che l’anno prossimo il paese avrà un piano energetico nazionale. In pratica si andrebbe ad abrogare una posizione attendista, che non è per il nucleare, nè lo nega. Mi sembra che, nella sostanza, la Corte di cassazione abbia accettato di considerare il referendum quasi “consultivo”, ritenendo (come si evince anche dalle motivazioni della Corte stessa), nelle intenzioni della nuova legge, immediatamente applicabile il nucleare. Il problema è che il referendum non è consultivo, che non è espresso nei due commi la volontà di procedere subito a costruzioni di centrali,  e che un’eventuale vittoria del SI abrogherebbe di fatto due norme che non dicono quasi niente, facendo presumibilmente restare le cose come prima.
Comunque, con tutte le riserve che ho espresso, ritengo che non sia il momento di prendere decisioni sul nucleare, anche perché la prospettiva, forse futura di un nucleare più sicuro di quarta generazione non è un’ipotesi da buttare, e quindi probabilmente voterò NO, in attesa di riparlarne con più calma e buon senso.

Quello che conta comunque, come ho detto più volte, è andare a votare su tutti i referendum, anche per dare un segnale sul fatto che noi come cittadini ci siamo. Anche se purtroppo la nostra reale volontà non è praticamente mai presa in cosiderazione in questa sorta di oligarchia strisciante e decadente che è l’Italia.

L’inadeguatezza del referendum abrogativo

Alla vigilia dell’ennesimo referendum a cui dobbiamo votare sono sempre più allibito. Allibito dal modo che abbiamo noi italiani di  stravolgere la democrazia, creando dei meccanismi complicati e tortuosi che tutto sono salvo che democratici.

L’istituto del referendum, così come è oggi in Italia, non ha quasi nessun senso. Eppure lo dice una persona che considera il referendum come il più alto momento di democrazia e di partecipazione popolare. Ma non così com’è in Italia.
Eppure tutto potrebbe essere cambiato con due semplici modifiche che prevedano in primis l’istituzione del referendum consultivo (quello abrogativo dovrebbe rimanere solo come meccanismo accessorio poco usato) e in secondo luogo l’eliminazione del quorum.

Mi spiego meglio. L’unico referendum ammesso in Italia, a livello nazionale, è quello abrogativo. Semplificando, c’è una legge, i cittadini a cui questa legge non piace raccolgono mezzo milione di firme, e (se la Corte Costituzionale lo ammette) si arriva al referendum. Raggiungendo il quorum di almeno la metà di votanti sugli aventi diritto, se vince il SI viene abrogata la legge; se viceversa vince il NO la legge resterà in vigore.

Questo meccanismo è assurdo, per una serie di motivi.
Trovo innanzitutto assurdo che esista un quorum, dal momento che tutti hanno diritto di voto, e non c’è motivo alcuno di privilegiare la non scelta di chi è andato al mare sulla scelta di chi ha compiuto il proprio dovere di andare a votare.
Trovo soprattutto veramente macchinoso, inutile e dispendioso perseverare con il referendum abrogativo. Abrogare una legge infatti non dice spesso niente su come si vuole che venga fatta un’altra legge. In realtà è più efficace la vittoria del NO, perché significa chiaramente che una legge va mantenuta così com’è, mentre il SI si limita a dire che quella legge va eliminata, ma niente dice su nuove leggi future. Il non raggiungimento del quorum poi paradossalmente dice ancora meno. Dice semplicemente che non è stata presa una decisione e che il referendum è come non fosse stato effettuato.
E poi il referendum abrogativo è troppo “tecnico”. Ai cittadini non interessa di entrare nei dettagli contorti degli articoli e dei commi, ma interessa solo di scegliere nella sostanza sul cuore  di una questione, senza addentrasi nei dettagli.

Esistono altri due tipi di referendum che avrebbero sicuramente molto più senso.
Il primo è il referendum propositivo, mediante il quale il popolo vota su una legge proposta, ed è sicuramente uno strumento più efficace dato che il voto avviene su una legge chiara e il SI rappresenta un cambiamento certo, non incerto.
Ancora più efficace è il referendum consultivo, che non considera i cittadini come giuristi, limitandosi a chiedere in modo semplice delle risposte a questioni di merito (nucleare si o no, eutanasia si o no, aborto si o no) lasciando il compito tecnico di legiferare ai politici, che sono ovviamente obbligati a fare una legge che rispetti la volontà popolare sostanziale.

Io sono assolutamente per il referendum consultivo, e in via accessoria per quello propositivo. Lascerei a casi particolarissimi quello abrogativo. Purtroppo di quest’ultimo in Italia si è decisamente abusato. Si è spesso fatto il referendum su questioni inutili, o su questioni la cui volontà popolare era del tutto scontata. E poi i meccanismi combinati del quorum, dell’abrogazione alla cieca di una legge (con quesiti peraltro molto difficili), oltre che di effettuazione in mesi estivi o quasi, hanno spesso reso il referendum vuoto. Un dispendio solo di soldi.
E sono, come detto, per l’abolizione del quorum. Trovo infatti assurdo che non si dia nessun peso a 20 milioni di votanti per dare invece peso a chi ha scelto di non votare. Il non voto infatti non ha significato, se non il disinteresse. Il non voto non è protesta, perchè la protesta si fa semmai votando scheda nulla, non certo andando al mare il giorno del voto. E mi rifiuto di considerare democratico un meccanismo che privilegia il disinteresse.

Inoltre c’è da dire un’altra cosa. Nel 2011 possiamo oramai dire che gran parte delle transazioni importanti avvengono con mezzi informatici. Il conto in banca esiste sui bit che percorrono la rete, con una tecnologia affronta tutte le necessarie attenzioni di sicurezza e di identificazione dell’utente. Io sono fermamente convinto che un voto online, se non per le elezioni almeno per il referendum, sia quantomeno auspicabile. Sarebbe un modo per risparmiare parecchi soldi buttati davvero al vento e un modo anche di favorire la partecipazione popolare. Forse dobbiamo aspettare il 3011 per diventare davvero cittadini moderni?

Ah, siamo chiari. Nonostante queste critiche io sono sempre e comunque per andare a votare. Come ho detto prima il non voto è solo indifferenza e invece ogni cittadino, se vuol essere definito tale, deve lottare perchè si imponga la democrazia, sempre e in ogni ambito.

Trasporti e risparmio energetico

CargoUn qualunque giorno feriale di un qualunque mese dell’anno, intorno alle 18. Il tratto fiorentino dell’A1, l’autostrada del sole. Uno scenario dantesco, ma che nemmeno Dante avrebbe immaginato. Il puzzo è simile a quello dell’inferno, il rumore anche. Non ci sono le fiamme, bensì gli scarichi delle migliaia di auto, TIR, bus, furgoni, camper incolonnati.
Noi siamo abituati a tutto questo, ci siamo tristemente abituati. Non ci crea problemi dover pianificare di affrontare un’ora di questo inferno per fare qualche manciata di km. L’essere umano si adatta a qualsiasi cosa.
Ma oggi non vorrei affrontare il discorso che mi sta più a cuore, cioè quello della qualità della vita, bensì il problema energetico.
E’ chiaro che il modo che il mondo moderno ha di produrre e di consumare energia è, e sarà, un argomento chiave dei nostri anni e di quelli a venire. Il mondo ha fame di energia, e sembra sempre più insaziabile.
Il dibattito si sta concentrando molto sul modo di produrre energia. Energie non rinnovabili (petrolio, gas, carbone, ecc), energie rinnovabili (idroelettrica, solare, eolica, delle maree, ecc); ancora, il nodo spinoso dell’energia nucleare, sulla quale ora come ora è dannoso parlare fino a quando non si riuscirà a fare un sereno punto sui i pro e i contro, sui costi/benefici e sui rischi e opportunità (al momento il dibattito è troppo emotivo, e sarebbe da darci un taglio per riparlarne tra qualche mese).
Fermo restando che sono tendenzialmente per qualunque energia pulita, dobbiamo renderci conto che la vera chiave di volta dei nostri tempi non è tanto il modo di produrre energia, quanto il modo di utilizzarla bene.

Ma arriviamo al punto, che poi è quello da cui siamo partiti. Paradossalmente siamo tutti vittime di una società che è arrivata al punto di utilizzare grandissimi quantitativi di energia che non migliorano, bensì peggiorano la qualità della vita.
Il settore dei trasporti, che assorbe una notevole percentuale di energia ne è l’esempio lampante.
E’ totalmente inutile che mi preoccupi di spegnere il LED della TV, quando con 10km che fò col SUV consumo un’energia pari ad un secolo di LED della TV (esagero, ma certo non sono quantià paragonabili).
Ci si preoccupa tanto delle lampadine a risparmio energetico (ed è giusto così), senza però preoccuparci di quanti mezzi pesanti o semipesanti girano per le strade, inquinando e consumando energia a più non posso.
Siamo un paese circondato dal mare, eppure l’insieme dei porti italiani scambia meno merci del solo porto di Rotterdam. Eppure, si sa, il trasporto di merci via mare costa molto molto meno di quello terrestre, soprattutto in termini energetici.

Allora mi chiedo: come mai si continua ad investire sul trasporto stradale, peraltro senza incentivare per nulla i carburanti alternativi (che comunque per ora sono perlopiù basati su energie non rinnovabili, quali il metano), senza incentivare affatto gli altri trasporti.
Il treno sembra in voga solo per la pur ottima (e costosa) alta velocità. Il trasporto “lento” viene osteggiato, sia per le merci che per i passeggeri.
Il trasporto marittimo gode di pessima salute, sia per le merci, laddove sarebbe importantissimo, sia per i passeggeri.
Il trasporto aereo sembra andare meglio, ma non è certo un modo di trasporto che risparmia energia.
E poi c’è la strada, con i suoi milioni di Tir per le strade, con i suoi SUV sempre più frequenti, con una tecnologia, quella del vecchio motore a scoppio, che non è riuscita a ridurre i consumi come avrebbe dovuto.
Dobbiamo fare una scelta di campo. Dobbiamo disincentivare l’acquisto e la manutenzione di mezzi energeticamente dispendiosi; dobbiamo incentivare l’utilizzo di mezzi di trasporto più risparmiosi. Dobbiamo lavorare sui porti e la logistica; dobbiamo migliorare la rete ferroviaria, soprattutto quella locale; dobbiamo permettere una vera concorrenza anche sui treni e sui traghetti.
Insomma, dobbiamo pensare a risparmiare energia, non solo a produrne di più.

La democrazia in Italia: rappresentanza e governabilità

Si fa un gran parlare di riforme. E’ da quando sono bambino che sento parlare di riforme: il sistema elettorale che non va; la forma di governo che non funziona; le camere che sono due, troppo numerose, e troppo pagate; la magistratura che non è indipendente…
Tante chiacchiere, lo sport principale italiano, ma di riforme vere e proprie quasi nulla.
Vorrei parlare in particolare della forma di governo e del sistema elettorale, due aspetti fortemente connessi.

Partiamo intanto da quello che diceva Montesquieu: la separazione dei poteri. Cosa significa in concreto la separazione dei poteri?
Al contrario di ciò che pensano alcuni ministri (per non fare nomi, la Ministra Gelmini), la vera separazione dei poteri prevede che ognuno dei tre poteri fondamentali di uno stato venga assegnato ad un organo, in modo quasi esclusivo, salvo prevedere delle forme di controllo e di bilanciamento.
I poteri sono quello legislativo (e in Italia se ne occupa il Parlamento), quello giudiziario (in Italia se ne occupa la magistratura) e quello esecutivo (e in questo caso è il Governo che se ne occupa).

Ora nel nostro paese abbiamo un bel problema: questa separazione non esiste, e in alcuni casi organi che si occupano di un potere, se ne prendono altri, creando una distorsione enorme nella nostra democrazia.
Il governo in particolare, non limitandosi ad eseguire le leggi, pretende anche di interpretarle (funzione che spetta alla magistratura) e addirittura, da oramai diversi anni, pretende anche di farle.
Sulla prima questione, l’interpretazione delle leggi da parte del governo, pesano diverse questioni (per esempio nella scuola), in cui il Governo, non contento di alcune sentenze del TAR, ha provato ad ignorarle con leggi di interpretazione autentica, che altro non sono che una fantasiosa (e in malafede) riscrittura dei principi generali di una legge precedente.
Sulla seconda questione il governo pretende di fare le leggi senza l’intralcio del parlamento. Via libera dunque ad un uso smoderato dei decreti legge (che dovrebbero essere usati solo in casi di necessità ed urgenza, non come prassi comune) e di Maxi-Emendamenti che impediscono una discussione e un iter parlamentare normale delle leggi.

Detto questo, affrontiamo il discorso della forma di governo e del sistema elettorale.
L’Italia è una repubblica parlamentare, che fondamentalmente, nei regimi democratici, può trovare come altre tipologie, la repubblica presidenziale o semi-presidenziale. In questo tipo di repubbliche la differenza fondamentale dalle repubbliche parlamentari si ritrova nel capo del governo, che è anche capo dello stato, detiene il potere esecutivo, ha un numero di poteri maggiori, ed è eletto direttamente dal popolo. Si pensi agli Stati Uniti (forma di repubblica presidenziale) e alla Francia (repubblica semi-presidenziale).
Non voglio entrare in dettagli tecnici, ma solo evidenziare come la forma di governo e il sistema elettorale, nella loro formazione, tengano conto di due aspetti: la rappresentatività e la governabilità.
Chiaramente una forma di governo presidenziale ha una governabilità assicurata, perché il capo del governo, che è anche capo dello stato, forma il governo. Nelle repubbliche semipresidenziali questo aspetto è più sfumato, ma ora poco importa. La rappresentatività invece dovrebbe essere garantita da un sistema elettorale proporzionale, o al limite uninominale, dove il primo dà una rappresentanza che dà una forte importanza ai partiti, e la seconda che la dà più alle persone.

Eccoci all’acqua. In Italia abbiamo un sistema in cui si vuole favorire la governabilità non eleggendo direttamente il capo del governo, bensì con un sistema maggioritario, che in pratica elimina completamente il concetto di rappresentanza. Si favorisce, col sistema elettorale porcellum, un aggregarsi di posizioni completamente diverse, di coalizioni improbabili nate solo come bacino di voti, pronte a morire dopo le elezioni. E il Presidente del consiglio?? Si indica, come capo della coalizione vincente (sempre che ce ne sia una).
Ora mi chiedo. Non sarebbe più facile eleggere direttamente dal popolo il Presidente del Consiglio, o Premier che dir si voglia (che magari sarebbe anche Presidente della Repubblica), ed eleggere il parlamento (che meglio sarebbe formato da una sola camera) in modo del tutto proporzionale, inserendo magari anche la possibilità di scegliere con una preferenza le persone da mandare in parlamento, senza che siano i partiti a fare il brutto e il cattivo tempo?
Come mai le cose semplici qui in Italia non si possono fare?
Con questo sistema abbiamo tutti gli svantaggi di un sistema presidenziale (potere accentrato) senza averne i vantaggi (una maggiore rappresentatività). Peraltro, se la separazione dei poteri è ben bilanciata, al governo resta solo la funzione esecutiva e di indirizzo politico, e quindi non c’è nessun vero rischio per la democrazia. L’unico rischio per la democrazia è continuare in questo modo.

Firma digitale e PEC: una rivoluzione solo cominciata

Si fa un gran parlare di E-Government, di rivoluzione digitale nella pubblica amministrazione, dello snellimento delle procedura grazie alle nuove tecnologie. Eppure da non so quanti anni sento parlare della carta che presto sparirà, della fine delle code agli uffici, della fine delle raccomandate cartacee (e costose). Eppure, mentre sentivo questi discorsi, mi trovavo a fare la coda alle poste in attesa di pagare i 9 euro della raccomandata 1 (si, perchè la ricevuta di ritorno è necessaria, e la raccomandata tradizionale ci impiega una settimana per arrivare), oppure a fare la coda al comune per il certificato X, o all’ufficio tal dei tali per il documento Y.

Ci sono due strumenti che sono legati in modo netto a questa novità,  per ora in gran parte….sulla carta (non c’è che dire….il gioco di parole mi è proprio riuscito bene stavolta!): la firma digitale e la PEC (Posta Elettronica Certificata)

Vediamo di spiegare, senza discorsi tecnici e noiosi, ma solo con l’uso di un esempio, in cosa consistano questi due strumenti.
Mettiamo che debba spedire la classica domanda per un concorso (quindi ad una PA), o un contratto di fornitura di un utenza telefonica (quindi ad un privato), o un contratto bancario (sempre ad un privato). Sono tutti casi in cui generalmente devo prendere il contratto, o la domanda, stamparla e compilarla (o compilarla al pc e poi stamparla), firmarla, metterla in una busta, e spedirla con raccomandata A/R (avviso di ricevimento).
Quali sono dunque i punti chiave di questa procedura?
La carta stampata, la firma, e la ricevuta di accettazione dell’ufficio postale (con data e ora) e la ricevuta di ritorno (con firma, data e ora dell’accettante).

Ora, dotandosi dei due strumenti firma digitale e PEC questi passaggi possono ridursi alla seguente procedura:
1) Compilo il documento (anche al PC laddove sia possibile, altrimenti lo stampo, lo compilo e lo scannerizzo)
2) Appongo la firma digitale, semplicemente inserendo il dispositivo di firma (una chiavetta, o un lettore con una smart card), inserendo il pin, e facendo un clic. Verrà fuori un file con estensione p7m, che contiene la firma, che può essere verificata con dei software gratuiti da chiunque. Questa firma sostituisce perfettamente quella autografa, quella con la penna per intenderci.
3)  Invio il file con estensione p7m tramite PEC (Posta elettronica certificata) al mio destinatario (che deve avere anch’egli una PEC). Così facendo avrò, se tutto va bene, due messaggi di risposta quasi immediati:  un primo messaggio che è la  ricevuta di accettazione (che sostituisce la ricevuta dell’ufficio postale), e un secondo messaggio con la ricevuta di consegna che è pari alla ricevuta di ritorno della racomandata). Entrambi con ora e giorno dell’invio, che saranno opponibili ai terzi.

Come vedete tutto gratuito, velocissimo, e con meno stress da parte di tutti.

Ora, si dirà, come faccio ad avere questi due strumenti?
Per quanto riguarda la PEC basta rivolgersi ad uno qualunque dei certificatori autorizzati dal governo. Il costo si aggira intorno ai 5-25 euro l’anno
Anche per la firma digitale c’è un elenco di gestori autorizzati. Il costo è di circa 40-80 euro (lettore compreso) una tantum, a cui andranno aggiunti i rinnovi ogni tre anni al costo di 10-20 euro.
Io ho entrambi i sistemi con ARUBA, ma sono da valutare anche Infocert delle camere di commercio, o Postecom di Poste italiane.

Per quanto riguarda la PEC dal governo (www.postacertificata.gov.it), bisogna stare molto attenti. Io ce l’ho e funziona abbastanza bene, ma ha un’importantissima limitazione: si può usare solo per comunicare con gli uffici della pubblica amministrazione, anzi solo con quelli che sono nell’elenco ufficiale delle PA. Quindi se si vuole avere un sistema di PEC utilizzabili con privati, o anche con quegli uffici pubblici ancora non nell’elenco bisogna necessariamente avere una PEC con altro gestore.

PEC_234x60b.gifTutto questo articolo per dire cosa? Che sarebbe l’ora di incentivare l’utilizzo di questi strumenti, magari fornendoli gratuitamente o quasi, e soprattutto non limitati. La PEC gratuita solo per comunicare con alcune PA non è sufficiente per avere un vero cittadino digitale. Non sarebbe affatto male avere la possibilità di evitare code agli sportelli, e di poter evitare soldi inutili alle poste, oltre che viaggi e stress! Speriamo di poter lasciare alla carta quel ruolo che nè una PEC nè una firma digitale potranno mai sostituire: quella igienica! ;)

Una cartolina tartaruga: non ci siamo

Una cartolina, con timbro palermo 08/08/08 (sembra uno scherzo, ma ci sono pur sempre 12 giorni in ogni secolo in cui giorno mese e anno hanno lo stesso numero) mi è arrivata il 18/08/2008. Naturalmente, visto che oramai è obbligatorio, era affrancata con francobollo di posta PRIORITARIA. Penso che considerare veloce o prioritario un tempo di 10 giorni sia assolutamente grottesco, ma è questo lo stato penoso in cui versano le nostre poste. Un (solo) giorno di festa e l’agosto non possono essere un alibi. Costano, e costano care, ma il servizio è scadente e non affidabile. A Poste italiane, dopo un periodo (qualche anno fa) di netto miglioramento, assistiamo da anni ad un peggioramento costante. Vabbè, oramai le poste se ne fregano delle poste: hanno deciso di essere una banca. Rende di più ed è meno faticoso.
Ovviamente fermarsi alle poste sarebbe delittuoso: non funzionano le ferrovie, praticamente allo sbando; non funziona Alitalia, sulla quale è bene stendere un velo pietoso; non funzionano salvo eccezioni tutti i trasporti locali. L’acqua è mal gestita in moltissime zone. Il telefono grazie alla concorrenza, funziona, ma restiamo, soprattutto sulla telefonia mobile, tra i più cari d’europa e del mondo occidentale in genere. E non parliamo di altri servizi che è meglio.
Un paese che si voglia dire civile non può pensare solo a tagliare: ha il dovere di dare dei servizi, anche con i privati, intervenendo direttamente laddove i privati non riescano, e soprattutto permettendo una vera liberalizzazione (e non solo privatizzazione), controllando bene il regolare funzionamento del mercato (ad esempio nella telefonia mobile il cartello è evidente).

La convivenza tra due generazioni

Ogni giorno che passa mi capita di sentire alcuni luoghi comuni: in italia si sta bene perchè ogni fine settimana o periodo di vacanza le strade sono piene di gente che viaggia; i supermercati, ipermercati, maximercati e chi più ne ha più ne metta sono sempre zeppi di gente festante che si compra l’ultimo modello del telefonino, o del televisore lcd, o dell’ipod spaziale. Mi sento anche dire che le nuove generazioni sono di fannulloni, di individuo a cui manca un qualunque senso di indipendenza e responsabilità, che se ne stanno in casa fino a 30 anni e passa perchè sono mammoni ecc ecc.
Ma una volta che si prova ad uscire dal luogo comune e si prova a riflettere sulla situazione, allora vediamo che le cose stanno in modo molto diverso.
Io ho una mia spiegazione di alcuni questi fenomeni, che può ovviamente essere errata, ma che non dipinge un quadro così roseo di un paese che vorrebbe chiamarsi “Bel paese”.
Vediamo innanzitutto il discorso dei consumi, soprattutto tecnologici, e dei viaggi. Tralasciando chi queste cose non se le può permettere mi sembra di vedere che chi se le permette lo fa perchè al giorno d’oggi è sempre più difficile permettersi alcuni beni di prima necessità. Dal momento che un uomo non è un animale e dalla vita vuole delle soddisfazioni, usa come surrogati il telefonino spaziale o il fine settimana al mare. Nel caso della tecnologia ciò è permesso dai prezzi bassi di questo genere di oggetti: telefonini, computer, televisori ecc. sono scesi di prezzo, soprattutto in senso reale, veramente moltissimo. Nel caso dei viaggi la voglia di fuga da città e stress è talmente forte che si sopporta spesso anche di passare ore in coda in macchina per andare a fare un bagno pur di tagliare la corda e dimenticare per 2 giorni il lavoro e la città sempre più inquinata e caotica. E tutto sommato anche i viaggi costano il giusto: nulla per cui si debba indebitare per anni.
E’ diventato invece davvero difficile al giorno d’oggi permettersi ciò che davero conta, in primis la casa. Mi sembra fuorviante fare il conto su quanti telefonini si possiedano o sul costo di due settimane di un ombrellone, quando per comprare una casa in 2 (da soli è praticamente impossibile) ci si debba accollare un mutuo di decenni. I prezzi delle case sono, in rapporto agli stipendi medi, diventati proibitivi. E non parlo solo degli altissimi costi d’acquisto, ma anche dei costi ad essa collegati, come le bollette o le tasse.Ed è qui la differenza e la chiave della differenza e del rapporto tra le generazioni. Chi ha oggi dai 50 anni in su è vissuto in anni in cui, impegnandosi appena un pò, ci si poteva fare la casa con pochi stipendi. E trovare il lavoro, anche sicuro, era un affare sicuramente più semplice.
Oggi chi non ha la famiglia alle spalle ha magari un lavoro precario non ha praticamente alcuna possibilità di farsi una casa, a meno che non compia sacrifici davvero sovrumani, e non abbia contemporeamente la fortuna di trovare un lavoro per cui sia possibile prendere un mutuo.

La chiave del rapporto fra le generazioni è proprio questa: la generazione dei “genitori” ha avuto dei benefici immensi dallo stato sociale e ora redistribuisce questa fortuna ai figli: ecco il motivo dei figli in casa a 35 anni. Il conflitto tra le generazioni non c’è perchè di fatto i giovani si sono rassegnati in questa situazione e la ricchezza, essendo mal distribuita a favore della popolazione più anziana viene distribuita attraverso il sistema familiare.
E sia chiaro: non è solo una componente economica, ma anche psicologica e politica.
Psicologica dal momento che i giovani nella maggior parte dei casi si sentono in uno stato di inutilità. La società non fa sentire l’individuo come importante per il suo funzionamento: quando si vedono maree di giovani che elemosinano un lavoro, questo è un chiaro segno che nessuno ha veramente bisogno di loro.
E la componente politica è data dal fatto che è innegabile come nel nostro paese siano esclusivamente gli anziani che detengono il potere. Senza nulla togliere ad alcuni saggi, un paese non va avanti se comandato SOLO da anziani, oramai abituati al potere e incapaci di inventarsi qualcosa di nuovo.
Quando sulle prime pagine dei giornali si vede sempre parlare di dico, vallettopoli, Cogne, ecc.. Con tutto il rispetto verso questi problemi non da prima pagina è chiaro che non si concentra sui problemi reali. Eppure siamo il paese dove si guadagna meno in europa sopra il solo portogallo, e dove i prezzi, soprattutto in alcune aree sono tra i più alti. Non è certo il posesso di 2-3 telefonini a testa che cambia le cose. Siamo un paese in declino. Vediamo di fare qualcosa, e per avore senza stupide polemiche sterili e schieramenti destra-sinistra artificiosi e coi paraocchi.

L’autunno

Due descrizioni  sull’autunno, di Melania e Andrea

Melania

Una leggera brezza invade con insistenza gli animi delle ancora nude persone che ormai esauste abbandonano l’afosa e lontana estate. Una nuova forza sta invadendo con insistenza l’atmosfera terrestre… l’autunno è ormai arrivato e niente e nessuno potrà fermare il suo sonnifero che con il passare del tempo cadrà sulle calde pellicce di piccoli e grandi animali e, come per incanto rallenterà il loro battito, per farli resistere al suo pungente successore. L’ autunno passa…. e quasi inosservato i nostri occhi lucidi vedono scorrere le giornate su un calendario, non ci rendiamo conto di quanto questa stagione ci potrà regalare se davanti o noi abbiamo uno spettacolo da odiare! . Esso con la sua pazienza ordina al vento di urlare…… e alle nuvole di piangere…. Sbatacchia i piccoli ramoscelli di un albero ancora vestito a festa e lo spoglia della sua unica veste… denudandolo davanti a tutti, il povero albero lascia cadere stremato.. un manto colorato .. e l autunno come un Re passa senza timore davanti agli inchinati sudditi, sparpagliando con furore quel caldo manto al cielo…. lasciando solo, il piccolo albero… Nessuno può adorare tutto questo, ma infondo l’autunno mostra a noi la verità, la linfa di quello stupendo albero, i suoi secchi rami e il suo ruvido tronco sono davanti a noi e mai nessun altra stagione è in grado se non l autunno di aprire gli occhi sulla verità. Un albero secco e vuoto non porta certo poesia…ne ombra ne niente di niente… ma porta lui stesso. Un albero può essere il creatore d’ogni più spettacolare bellezza che nasconde in ogni stagione, per fortuna la realtà si rispecchia nel veritiero e imponente autunno. Tanti alberi regalano ai nostri palati dei caldi sapori ma solo quando al di fuori delle nostre tane il freddo punge più forte capiamo veramente il calore che ha all’interno il nostro cuore…. L‘ autunno è l’origine di un inizio meraviglioso. Gli altri sono soltanto invidiosi… Melania 31.10.2004

Andrea

Non sarebbe possibile scrivere sull’autunno in un’altra stagione. Solamente durante l’autunno è possibile che si possa parlare di essa.. Come faremmo a sentire quell’aria calma di malinconia, quel rilassarsi di tutte le cose, l’animo che pian piano perde l’euforia e la vista il sole estivo per scivolare in una stagione serena ma piena di ricordi….
Non ho mai creato nulla in estate; no mi sono mai fermato a riflettere e a pensare su tutto ciò che avevo  fatto e che dovevo fare. In estate ci imponiamo di divertirci, dobbiamo andare in vacanza, non si può non stare all’aria aperta. In estate nascono gli amori più travolgenti, quegli amori che fino al giorno prima non avevi nemmeno immaginato e che ti piombano addosso come una valanga….
L’autunno non è così: finiscono le passioni violente, finisce il divertimento forzato. E’ in autunno che è possibile vedere se quegli amori folli che sembravano tutta la nostra vita sono davvero qualcosa di importante.
Tutto si rilassa, cadono le foglie, cade la pioggia… e dentro i cuori scende una malinconica serenità. E’ finito il tempo della follia, ma è iniziato il periodo della valutazione, e dei sentimenti meno folli ma più forti, più veri forse.
I cuori si rilassano, e anche la mente torna entra nella calma che permette la riflessione: nuovi progetti, nuove idee, il tutto condito da un qualcosa di mistico.
Mi ricordo ancora oggi. Ero su un treno una domenica d’ottobre, diretto ad una città in cui dovevo andare, ma il mio cuore volava altrove. Vedevo fuori dal finestrino, nel vagone quasi vuoto, il buio che calava sulla pioggia insistente. Fuori solo il rumore della pioggia che ticchettava sulla lamiera e sui finestrini….La poca gente alle stazioni con un ombrello e lo sguardo pensieroso; qualche coppia che si salutava con passione e malinconia…. e poi il treno ripartiva tagliando la pioggia come una lama. Sognavo e pensavo. il mio cuore era pieno di amore ma anche di tristezza. Ero vivo, ma di quella vita che non è solo gioia, ma è che molto più forte della troppo semplice gioia.
E un’altra domenica d’ottobre, sempre in treno, in mezzo alla nebbia, nell’atmosfera più calma e malinconica mai vista….. a pensare, senza sosta….
Di che stupirsi del resto? In autunno iniziano nuove attività, nuovi rapporti, e si riprendono quegli antichi. Un rientro alla normalità, anche se condito con un’atmosfera mistica…
D’accordo: ma dove sono sparite quelle passioni forti e quella sensazione di vivere un’altra vita propria dell’estate? Dove è finita quella frenesia di iniziare un nuovo giorno come una persona nuova. O quel pensiero irrazionale ma vivo che ogni minuto possa essere vissuto come protagonisti di un bel un film? Tutto in estate è possibile, non ci sono limiti a quello che può accadere. Possiamo vedere posti nuovi, conoscere persone fantastiche, far volare i nostri sensi e il nostro cuore…. tutta un’illusione probabilmente: ma l’uomo di che vive, se non di illusioni?
Dopo tutto ciò la malinconica e mistica autunno invece ci riporta alla realtà: e allora cerchiamo di immaginare posti lontani, sogni sempre più lontani….
Però quello che nasce in autunno è veramente vero: vale la pena davvero di essere vissuto. E poi, chi può non ricordare la sensazione incantevole che si prova a stare con la persona che ami in una notte di pioggia, con una musica rilassante di sottofondo e con le luci soffuse, a coccolarsi, a fare l’amore…
Oppure le giornate belle e limpide che annunciano i primi freddi di novembre, col sole che illumina occhi abituati al grigio, e ridonano speranza in milioni di persone…..
O ancora il vento umido in una sera autunnale, che muove i capelli e fa venire voglia di ripararsi, a mangiare con gli amici , in compagnia di un piatti succulenti e di un buon vino..
E le giornate che si fanno sempre più corte, che illuminano di luci, vita e colori le città che ancora brulicano di lavoro…
E poi ancora…..
io sono nato in autunno… come potrei non amarla?
E infine…. se sto scivendo questo è proprio perchè in autunno ho potuto conoscere davvero una persona deliziosa… grazie di esserci. Davvero.