Referendum 12-13 giugno: due NO per l’acqua, un SI e un altro NO

Rubinetto AcquaDopo aver scritto sull’inadeguatezza del referendum abrogativo, mi dilungo un attimo sul merito di questi quattro referendum del 12-13 giugno 2011.
Innanzitutto ripeto che è necessario andare a votare. Non solo perché, come ho già scritto precedentemente, la strategia dell’astensione è  a mio avviso moralmente, politicamente  e democraticamente inaccettabile, ma anche perché sarei pronto a scommettere che il quorum verrà abbondantemente raggiunto, ed è quindi molto importante che chi voglia votare NO a qualcuno dei quattro quesiti vada a votare, senza cadere nell’ingenuità che il quorum non venga raggiunto. Si parla infatti moltissimo di questo referendum, e non vedo veramente come non si possa arrivare al 50% dei voti. Supereremo abbondantemente il quorum.

Personalmente sono per due NO sui quesiti sull’acqua/servizi pubblici locali, un SI per il quesito sul legittimo impedimento e per quanto riguarda il quesito sul nucleare penso che sia un quesito totalmente falsato dalle ultime vicende, per cui il voto su quel quesito non sortirà effetti in nessun caso. Voterò probabilmente NO.
Ma andiamo con ordine.

I due quesiti sull’acqua, che per semplicità tratterò congiuntamente, riguardano l’affidamento dei servizi pubblici locali (compreso quello idrico) a privati o a società miste pubblico privato e la remunerazione del capitale investito.
In pratica votando SI a entrambi i referendum la gestione dei servizi pubblici locali (acqua compresa) dovrà tornare completamente in mano pubblica e non sarà possibile una remunerazione dell’investimento.
Come mai sono per il NO a entrambi i referendum? Intanto ricordo che l’acqua è un bene demaniale, pubblico, e tale resterà. Quindi in discussione è solo la modalità di gestione.
Poi ricordo anche come gli acquedotti colabrodo che abbiamo fanno perdere alla collettività milioni di litri di acqua, e che questi acquedotti sono stati quasi sempre in mano esclusivamente pubblica, e si sa come funzioni la gestione pubblica: salvo casi virtuosi è sinonimo di inefficienza.
Ora con questo non voglio dire che il privato riesca a fare di meglio, ma dato che la normativa attuale prevede delle gare di affidamento dei servizi a privati o a società miste pubblico/privato (è sufficiente che almeno il 40% sia in mano ai privati, quindi non necessariamente la maggioranza) la gara può anche far sì che il servizio resti in mano sostanzialmente pubblica se la società a maggioranza pubblica fosse più efficiente di quella privata. Non sono rari negli ultimi anni i casi di società private, anche nella raccolta di rifiuti urbani, che sono state sostituite da società miste, proprio perché non funzionavano. Questo è sinonimo di maggiore trasparenza.
Chiaramente il quesito sulla remunerazione dell’acqua è ancora più importante. Impedire infatti ai privati di poter remunerare il capitale investito significa togliere loro la linfa per poter effettuare l’attività. Questa linfa viene spesso criticata con l’argomentazione che sull’acqua non si debba lucrare, perchè è un bene necessario. Questo modo di ragionare dimentica sostanzialmente che l’acqua non è un bene gratuito, che la gestione del servizio idrico ha un costo, spesso elevato, e che ciò che i privati guadagnano con le tariffe (che sono comunque sempre imposte dall’autorità pubblica), si tradurrebbe, in caso di gestione pubblica, in maggiori tasse. Per dirla in due parole, il costo di gestione c’è, e questi soldi vanno raccolti in qualche modo, o con le tariffe o con le tasse/imposte.
Ma, mi dirà qualcuno, almeno il pubblico non ha bisogno di raccogliere un profitto. Rispondo subito. Il privato, pur lucrando su un profitto, ha tutto l’interesse a far si che i costi di gestione siano ridotti: e conseguenza di ciò è che, anche con un profitto, il prezzo non sarà più alto che nella gestione pubblica. Il privato non si può permettere di tenere acquedotti in pessimo stato e buttare via un sacco d’acqua che si può rivendere. Non si può permettere nemmeno, come dice qualcuno, di tendere a vendere una marea d’acqua, proprio perché per far questo dovrebbe tenere i prezzi talmente bassi da rendere conveniente per i consumatori l’utilizzo di parecchia acqua. Quindi delle due l’una: o i prezzi sono alti (e allora il consumatore utilizzerà meno acqua), o i prezzi saranno bassi, e allora se ne consumerà di più, ma a prezzi vantaggiosi. Il prezzo (che ricordo ancora è comunque imposto dall’autorità pubblica) comunque si riequilibra, tenendo anche presente che non tutta l’acqua che noi utilizziamo è “necessaria”, ma che gran parte di essa è utilizzata per scopi voluttuari (per esempio per lavare la macchina); questa gran parte è a domanda molto elastica, cioè molto influenzata dal prezzo: tanto per intenderci se l’acqua costa tanto, la bevo, mi ci lavo, ma non ci lavo la macchina.
Il privato ha dunque, per riassumere, tutto l’interesse a ridurre i costi di gestione, eliminando le inefficienze (come gli acquedotti bucati), mentre non ha sostanzialmente l’interesse ad aumentare troppo il prezzo.
Per queste ragioni ai due referendum sull’acqua voterò NO.

Poche parole sul legittimo impedimento. Voterò SI, perché ritengo che nessuno possa sottrarsi a processi solo perché ha presunte funzioni pubbliche. Quest’ultime infatti sono quasi sempre rimandabili. Non è un referendum importante perché già la Corte Costituzionale ha attribuito ai giudici la facoltà di negare il legittimo impedimento. Ma comunque votando SI si rende ancora più forte questa negazione.

Sul nucleare ritengo che non sia questo il momento per prendere decisioni del genere (dopo Fukushima e in attesa di ulteriore ricerca sul nucleare),. Inoltre si va a votare sull’abrogazione di due commi di una nuova legge che sostanzialmente recepiscono il senso di quello che era il vecchio referendum sul nucleare. Il governo, tentando di impedire il referendum, ha creato un pasticcio. Ha recepito quasi del tutto il senso del referendum, dicendo in questi due commi che per ora è sospesa ogni localizzazione di centrali nucleari in attesa di una ridefinizione a livello europeo e che l’anno prossimo il paese avrà un piano energetico nazionale. In pratica si andrebbe ad abrogare una posizione attendista, che non è per il nucleare, nè lo nega. Mi sembra che, nella sostanza, la Corte di cassazione abbia accettato di considerare il referendum quasi “consultivo”, ritenendo (come si evince anche dalle motivazioni della Corte stessa), nelle intenzioni della nuova legge, immediatamente applicabile il nucleare. Il problema è che il referendum non è consultivo, che non è espresso nei due commi la volontà di procedere subito a costruzioni di centrali,  e che un’eventuale vittoria del SI abrogherebbe di fatto due norme che non dicono quasi niente, facendo presumibilmente restare le cose come prima.
Comunque, con tutte le riserve che ho espresso, ritengo che non sia il momento di prendere decisioni sul nucleare, anche perché la prospettiva, forse futura di un nucleare più sicuro di quarta generazione non è un’ipotesi da buttare, e quindi probabilmente voterò NO, in attesa di riparlarne con più calma e buon senso.

Quello che conta comunque, come ho detto più volte, è andare a votare su tutti i referendum, anche per dare un segnale sul fatto che noi come cittadini ci siamo. Anche se purtroppo la nostra reale volontà non è praticamente mai presa in cosiderazione in questa sorta di oligarchia strisciante e decadente che è l’Italia.

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